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Terapia della danza: l'arte al servizio della salute mentale

Terapia della danza: l'arte al servizio della salute mentale

Negli ultimi decenni la salute mentale di giovani e meno giovani, è tema di discussione quotidiana negli studi medici, ma anche nei salotti dei politici.

Due anni di pandemia hanno sicuramente lasciato il segno e per molti anni osserveremo conseguenze sul piano sociale e relazionale.

Anche la notizia del “bonus psicologo” ha tenuto banco nelle redazioni, online e offline, ma, senza soffermarci troppo su questo aspetto, sapere che la necessità di un sostegno psicologico sta diventando uno dei bisogno primari sta dando a molti un importante o, forse, ingombrante motivo di riflessione.

Tra questi ci sono gli educatori che, nei giovani e tra le persone che vivono in condizioni svantaggiate, vedono riflesso questo malessere generale, questa crisi economica e soprattutto psicologica.

Si parla spesso di salute mentale, troppo spesso senza davvero riflettere sulla sua importanza, ritenuta fondamentale per la salute dell’individuo (citando l’OMS): l’aumentare dell’età, delle responsabilità è da sempre direttamente proporzionale al peggioramento della salute mentale, ma in questi ultimi due anni purtroppo questo dislivello si è appiattito, poiché anche il benessere psicologico dei giovani sta venendo meno.

Proprio qui entrano in gioco e acquisiscono un ruolo vitale i luoghi di aggregazione (extra scolastici).

Parliamo spesso di quanto le scuole, i centri ricreativi, l’arte in sé possa o debba essere al centro di progetti di tutela e recupero della salute, ma oggi tutto ciò va oltre alle semplici chiacchiere.

In un mondo dove situazioni si mischiano continuamente, dove spesso le criticità superano notevolmente le gioie, dobbiamo riconoscere che forse, ogni giorno un pochino di più, l’arte, la cura del bello, la gentilezza e l’eleganza stiano evolvendo in strumenti concreti, nelle mani di persone che portano sulle spalle il “peso della felicità”  di intere generazioni.

Non diremo assolutamente nulla di nuovo parlando di Dance Therapy, la danza intesa come “cura dell’anima”, uno strumento così potente da essere arrivato persino nelle carceri indiane.

È di pochi giorni fa, infatti, la notizia che nel carcere di Puducherry, in India, sia stata inserita la danza, nel programma di recupero per i carcerati, in particolare per chi è sottoposto al regime di “carcere a vita”: se inizialmente l’attività era vista dai detenuti come “poco interessate”, in poco tempo è diventata una delle attività più amate. La danza come attività di recupero, la danza come terapia per il corpo e per la mente: i miglioramenti sono stati da subito evidenti, portando ad un calo drastico dei livelli di stress.

Tra i carcerati c’è chi ammette che poter svolgere questa attività ha contribuito a rendere le giornate più leggere e la testa più libera dai pensieri, permettendo un miglior sonno anche a persone che per anni hanno dovuto fare i conti con l’insonnia. 

In India, dove le prigioni sono spesso sovraffollate, il primo passo per il recupero psicofisico dei carcerati è stato fatto ed è passato proprio attraverso la danza, con la conferma del successo in termini di salute e benessere, nonostante il contesto di vita sicuramente non facile.

Ciò che non può e non deve passare in secondo piano è la naturale propensione della danza a unire, a porre l’essere in una dimensione di condivisione, fondamentale nel superare situazioni statiche, dove la cosa più facile sarebbe isolarsi dal mondo.

L’esempio del carcere indiano è sicuramente estremo, ma è molto più efficace di altri nella dimostrazione che la danza può superare barriere.

La Dance Therapy non nasce oggi e non nasce in risposta alle problematiche attuali, ma nasce come intuizione, come parte di un discorso più ampio che vede la danza come un mezzo di comunicazione attraverso il quale il corpo può rendere concrete le emozioni del singolo individuo, compresa ovviamente la sofferenza.

La danza diventa così terapia, diventa il collegamento principale tra anima e corpo, tra le due dimensioni dello stesso “io” ed è l’elemento di connessione tra corpi che si muovono nel medesimo spazio. Questa è la funzione terapica della danza: alleggerire il rapporto duale tra anima e corpo, con conseguente propensione alla relazione con l’altro, con l’amico, con la famiglia, con le persone che in un modo o nell’altro entrano nella nostra sfera di influenza.

Oggi, in questa vita iper connessa, la pandemia ha portato a nuove condizioni di solitudine, ha visto la crescita esponenziale di persone che necessitano di tranquillanti e antidepressivi per riuscire a riposare e a superare lo stress mentale (dati ISTAT) e ci ha fatto scoprire deboli di fronte alla narrazione di sé e della propria storia. In questo processo la danza terapia si può ritagliare un ruolo di primo piano a 360 gradi: sostenendo i giovani adolescenti nella costruzione della propria persona in relazione al mondo esterno (con il quale, a quest’età, è sempre difficile dialogare), permettendo agli adulti di trovare nuove strategie per riprendere in mano la propria vita dopo lunghi mesi caratterizzati spesso da situazioni di disagio, aiutando gli anziani a superare le paure proprie della terza età.

La Dance Therapy ha origini nel secolo scorso, grazie a danzatrici come Isadora Duncan e Marian Chace, portatrici di una nuova concezione della danza, liberata dall’elitarismo accademico, che l’aveva caratterizzata fino a quel momento: queste danzatrici cominciano ad acquisire consapevolezza sulle finalità terapeutiche della danza. Una danza che aveva superato la mera finalità estetica e aveva acquisito nuovi fini a livello di espressività di corpo e anima: nasce qui la Dance Therapy, frutto anche del coincidente sviluppo della Modern Dance e delle scoperte scientifiche in ambito psicanalitico. 

La Chace, lavorando con persone con bisogni particolari, si rese conto dell’entusiasmo dato dalla danza, nonostante la mancanza di capacità tecnica, e cominciò ad approfondire il potere del linguaggio del corpo, la cui forza comunicativa diventava fondamentale per coloro che faticavano a esprimersi in altri modi. La danza diventa un mezzo di comunicazione non verbale di primaria importanza.

Lo sviluppo e la diffusione della Dance Therapy varia a seconda di situazioni e contesti, sicuramente in USA trova più spazio, mentre in Europa si è cominciato a lavorare su questi percorsi terapici recentemente. Di sicuro interesse l’interdisciplinarietà caratterizzante questo percorso terapico: maestri di danza hanno iniziato a collaborare con psicologi e psichiatri per trovare una chiave di lettura dei diversi comportamenti.

Gli approcci sono vari e diversificati, sicuramente applicabili a situazioni particolari, ma sempre e comunque legati al rapporto tra corpi e tra corpo e spazio. Nonostante i diversi approcci, nei decenni si è reso evidente quanto la Dance Therapy abbia effettivamente supportato persone ad alleviare sofferenza psicofisica e a superare condizioni di autoisolamento.

Oggi più di ieri questa terapia può avere un impatto potentissimo nella ripresa post pandemica per questo e educatori dei vari settori possono essere portati, insieme ad altri professionisti (quali psicologi e psichiatri), a indagare, attraverso la danza, il malessere per giungere a nuovi percorsi curativi fino a oggi poco battuti, giungendo a costruire una danza adatta a ogni corpo, espressione delle emozioni di ciascuno di noi.

 

 

 

© Expression Dance Magazine - Giugno 2022

 

 

 

 

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