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Incontro con Annamaria Ajmone

Incontro con Annamaria Ajmone

LA DANZA COME ASCOLTO DEL MONDO

Annamaria Ajmone racconta la sua avventura nella danza come un cammino inaspettato, nato da intuizioni profonde e incontri rivoluzionari (come l’incontro con Ariella Vidach alla Scuola Paolo Grassi) che l’hanno portata a forgiare un linguaggio coreografico unico, collaborativo e aperto al dialogo con spazi, suoni e nature esterne. Il corpo per lei non è protagonista né strumento, ma entità viva in continua metamorfosi, capace di sfidare certezze logiche e riaccendere empatia e emotività. In questa intervista Ajmone esplora il valore “scomodo” della danza, il suo potere tattile e epidermico e definisce il suo lavoro.

Annamaria, qual è il tuo percorso artistico e come sei arrivata a questo livello interpretativo?
La mia avventura con la danza è cominciata in modo inaspettato e autentico. Da bambina non avevo sogni legati alla danza, ma dopo il liceo ho frequentato l’università a Milano. Quando mi sono laureata, sono entrata alla Scuola Paolo Grassi e lì è iniziato il mio vero percorso: un percorso ricco di scoperte e sorprese. È stata un’intuizione, quasi un desiderio non consapevole, che mi ha spinto a fare il provino. Durante l’università ho lavorato a teatro e ho scoperto nuovi stili e generi, avventurandomi in mondi affascinanti e inaspettati che non avevo mai conosciuto. Incontri significativi mi hanno portato verso la Paolo Grassi e mi hanno fatto credere che potessi davvero lavorare nel mondo della danza, anche se non avevo esempi in famiglia.

Come è nato il tuo progetto coreografico?
L’incontro con Ariella Vidach, che è stata anche mia insegnante in accademia, è stato rivoluzionario: è stata la prima persona che mi ha fatto credere che la danza potesse essere una strada professionale e artistica aperta a possibilità creative infinite. Ho collaborato con tanti colleghi, coreografi e coreografe, e questi incontri mi hanno portato in tanti luoghi, arricchendo il mio bagaglio con esperienze intense e stimolanti. La mia formazione non è stata solo quella istituzionale, che mi ha dato disciplina, ma anche momenti di ribellione e libertà, ma anche quella dei contesti in cui ho lavorato. Ho capito cosa mi piaceva e cosa no, ed è così che ho costruito l’idea della danzatrice e della performer che avrei voluto essere, con curiosità e determinazione.

Come si è evoluto nel tempo il tuo linguaggio corporeo e coreografico? 
Grazie a tanti incontri, stimoli e insegnamenti che mi hanno spinto a esplorare nuove direzioni. Per me è sempre stato fondamentale costruire e collaborare alla creazione dello spettacolo: non sono mai stata capace di apprendere velocemente un linguaggio formale, ho avuto poche esperienze che non mi hanno richiesto un apporto nella costruzione del progetto coreografico. Questo mi ha fatto sviluppare un desiderio profondo, un bisogno sincero di costruire qualcosa di mio, che rispondesse al mio essere. Fare l’interprete mi è sempre piaciuto, perché mi ha permesso di entrare nella mente degli altri, ma piano piano ho sviluppato il mio linguaggio: all’inizio era molto simile a quello dei coreografi con cui collaboravo, poi ha preso sempre più la sua natura e indipendenza, diventando un’espressione personale e autentica. Ho capito presto che volevo sviluppare il lavoro in collaborazione, in dialogo con altre menti: altri modi di guardare, altri sguardi. Amo sviluppare un’idea e condividerla con il gruppo di lavoro: la realizzazione della performance non è l’unico aspetto importante. Amo fare ricerche e la forma che prende non dipende solo dalla coreografia, ma dal dialogo con il gruppo di lavoro e con altre forme di linguaggio sempre in modo aperto e curioso.

Quale ruolo attribuisce al corpo nella tua ricerca artistica e coreografica?
Nella mia produzione coreografica il corpo non lo vedo né come protagonista né come strumento ma come un elemento vivo, in continua trasformazione. Ho lavorato anche fuori dal teatro, in spazi non teatrali, con l’architettura e lo spazio aperto, attraversato da movimenti e suoni incontrollabili. Mi piace molto perché tutto ciò che è fuori da noi entra nella danza diventando parte di un’esperienza intensa e coinvolgente. La mia attenzione è sempre verso qualcosa che si può cogliere: l’esterno alimenta la costruzione della performance e del movimento, perché si tratta di un dialogo continuo, un processo ricco di emozioni e sorprese. Mi sembrerebbe difficile astrarmi da questo, perché la danza per me è un modo di essere, ascoltare e di sentire.

Nella tua produzione coreografica e nella tua lettura artistica del mondo, il legame con lo spazio e con l’ambiente circostanti è fondamentale e parte integrante del tuo stile coreografico. Che ruolo ha esattamente nel rapporto con i corpi danzanti e con i corpi in generale?
Sono sempre stata abituata a vivere e ascoltare ciò che avviene attorno a me, anche le esperienze che mettono in crisi le mie certezze. Sono curiosa perché penso che diamo per scontato troppe cose, soprattutto la nostra unicità e la nostra presenza nel mondo e questo, secondo me, va messo in discussione, nelle varie gerarchie con cui ci rapportiamo tra mondo animale e mondo vegetale. Sono affascinata da quello che non conosco e tendo a mettermi in processi di ricerca, aprendo spiragli che mi mettano in crisi, per raggiungere nuove conoscenze. Non riesco a diventare altro da me, ma posso continuare in questa ricerca, sempre con passione e apertura.

La danza che ruolo può avere nel contesto sociale contemporaneo? Siamo senza dubbio in un momento storico difficile, dove ci scontriamo costantemente con valori in crisi e dinamiche sociali critiche: secondo te che ruolo può avere la danza in tutto questo?
La danza ha il potere di esprimere qualcosa che il linguaggio non può raccontare, ed è molto vicina alla musica. Ti spinge ad abbandonarti allo sguardo e all’emozione, è più diretta, tattica ed epidermica rispetto alla parola. Per questo secondo me può fare molto: ci può riportare ad un legame con noi stessi, con l’empatia, con l’emotività, con tutta una serie di elementi che in qualche modo sono sempre messi in secondo piano rispetto a un approccio intellettuale/logico che si è costruito e fondato attraverso la parola. La danza è scomoda: questo bisogno di capire attraverso un sistema di comprensione logico, come se la comprensione fosse possibile solo attraverso la logica e non attraverso l’emotività, può mettere in crisi le certezze. Questo è il suo grande potere, il suo valore più autentico.

Il mondo di oggi è un mondo molto diverso da quello dei nostri genitori, dove il dibattito tra poli opposti è costante. In tutto questo la danza può ancora lavorare come arte estetica pura o ha il dovere morale di approcciarsi al mondo?
Ogni artista fa la sua scelta, ma è molto difficile scegliere in che modo parlare, raccontare anche ciò di cui parlare mette in discussione dinamiche e strutture. Io affermo l’importanza di posizionarsi attraverso il proprio lavoro: ogni scelta ti pone da una parte o dall’altra o in soglie, con responsabilità e consapevolezza.

Come definirebbe il tuo lavoro in tre parole?
Definire il mio lavoro in tre parole...?
Lo faccio perché mi piace stare con le altre persone, perché sono curiosa e perché mi piace ballare! ⬢

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