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Intervista esclusiva a Kledi

Intervista esclusiva a Kledi

 

Il suo consiglio per diventare profesionisti? Aspetta, impara e vedrai!

Classe 1974, Kledi Kadiu, danzatore, attore, ballerino, insegnante si forma all’Accademia Nazionale di Danza di Tirana (Albania) e a soli 18 anni entra a far parte del Corpo di ballo dell’Opera di Tirana dove ricopre ruoli da solista in importanti opere di repertorio. Nel 1993 si trasferisce in Italia per lavorare prima a Mantova e successivamente a Rovereto. La prima esperienza televisiva arriva nel 1996 e dall’anno seguente è primo ballerino in programmi televisivi di grande successo. Poi la sua vita professionale continua tra teatro, cinema, televisione e docenze. 

Sentiamo Kledi in un giorno di vacanza per commentare a caldo la notizia, uscita con un decreto ministeriale del 31 luglio e resa nota il 6 agosto, in cui il Mibac (Ministero per i beni e le attività culturali) l’ha nominato rappresentante ministeriale all’interno del Consiglio di Amministrazione della Fondazione della Accademia di Danza a seguito delle dimissioni del dott. Enrico Graziano.

Cosa ti auguri con questo nuovo incarico?

Intanto specifico, per correttezza di informazione, che l’incarico arriva direttamente dal Ministero e si tratta di una carica di rappresentanza all’interno dell’organo direttivo della Fondazione.

Con questo incarico e con la mia esperienza vorrei porre l’accento sulla danza come importante strumento di educazione per i giovani, stimolandoli ad apprezzare valori che credo siano imprescindibili per riconoscere i giovani talenti: carattere disposto a rinunce, rispetto, umiltà e voglia continua di apprendimento.

E secondo te queste caratteristiche sono sufficienti per diventare danzatori professionisti?

Questi valori oltre ad una sana competizione sono sicuramente la base da cui partire. Chiaramente in Italia, in linea con il momento di crisi che sta attraversando il Sistema Paese, la danza ha perso peso, valore e qualità: “ci sono tante fabbriche e pochi negozi”. Esiste un problema occupazionale abbastanza pesante dove i corpi di ballo degli enti lirici chiudono e le compagnie di giro hanno sempre meno fondi e meno possibilità di assunzione. In Italia lo sbocco occupazionale è al minimo storico e ai giovani ragazzi italiani intenzionati a diventare danzatori non resta che trasferirsi all’estero. L’Italia è un fanalino di coda se si pensa che in Germania, ad esempio, esistono ben 70 corpi di ballo contro i 3 rimasti nel nostro Paese.

E quindi come pensi che oggi sia cambiata la professione del ballerino?

All’interno delle professioni dello spettacolo, la categoria dei ballerini è sempre stata quella più debole sia per il breve arco temporale di attività che per l’usura ed i rischi continui a cui è sottoposto il loro fisico. Oltre a ciò, i ballerini hanno sempre difficilmente tutelato i propri diritti. Mentre l’Europa pone nuove vincoli e regolamentazioni per qualsiasi figura professionale a tutela dei lavoratori, il mondo della danza in Italia, continua ad andare in controtendenza: partendo dalla preesistente fragilità si è arrivati ora allo svilimento professionale dei ballerini che vengono sempre più coinvolti senza validi contratti, senza alcun rispetto di regole ed etica professionale artistica. E la cosa è ancor più grave perchè si verifica non solo in situazioni marginali ma anche, e soprattutto, nelle produzioni di grande rilevanza e di successo di pubblico.

Le nuove generazioni di ballerini sono ormai cresciute in un tessuto “professionale” in cui il ballerino non è un lavoratore (con tutti i diritti che ne conseguono) ma un semplice appassionato che viene “utilizzato” e poi “soppiantato”.

Al di là dello sbocco occupazionale, in linea generale come vedi invece i ragazzi che frequentano le tue lezioni?

Sicuramente diverso è l’approccio del corso “curriculare” nella scuola di danza con un’insegnate stabile, rispetto agli stage che conduco in tutta Italia. C’è chiaramente un rapporto meno continuativo e l’approccio di conoscenza è veloce, solo di qualche ora, e non permette quindi una conoscenza approfondita del ragazzo.

Posso comunque dire che anche in queste occasioni non mancano ragazzi che rispondono e “sgomitano” per arrivare in prima fila… Sicuramente è un problema educativo perché spesso i ragazzi arrivano in sala con molte, troppe aspettative e non con la sola voglia di apprendere qualcosa di nuovo e riempire un altro tassello del proprio percorso umano e formativo.

Parlando di educazione, cosa consiglieresti oggi ad un genitore che porta il proprio figlio ad un corso di aggiornamento di danza?

Prima di tutto consiglio di affidarsi completamente al docente che lo segue, poi consiglierei di dare più fiducia ai propri ragazzi cercando di vedere in queste occasioni di aggiornamento momenti di vera crescita e di sana competizione. 

Per farli crescere, occorre farli sperimentare, provare, sbagliare ma soprattutto farli divertire perché solo così i ragazzi potranno capire se la danza può diventare la loro vita. Scoperta questa chiave di volta il tutto verrà in modo assolutamente naturale.

Secondo te come può sbocciare un vero talento? E tu come lo riconosci?

Il successo professionale (che, attenzione, non è quello mediatico) è un mix di bravura, umiltà (vera e non presunta), intelligenza, rispetto e rinunce: un mix che può avere tappe differenti e sbocciare quando meno te l’aspetti… l’importante è che il talento venga stimolato grazie ad un rapporto continuativo di fiducia tra allievo e docente.

Certo, la voglia di farsi notare è molta, ma consiglio di non bruciare le tappe e di saper attendere. Il vero talento è quello che può stare anche in ultima fila ma viene notato ugualmente: aspetta, impara e vedrai!  Bisogna essere consapevoli, guardarsi allo specchio e guardarsi dentro: la consapevolezza di quello che si può fare o non si può fare lo sappiamo solo noi.

La tua più grande soddisfazione come docente?

Io credo che la verità sia un valore fondamentale per costruire fiducia e professionalità nei confronti dei ragazzi; dico sempre la verità anche se può essere dura, ma, come nella vita, tutto deve passare dall’accettazione. 

Per questo la mia più grande soddisfazione è quando rivedo dopo anni ragazzi che mi hanno chiuso diverse porte in faccia (purtroppo il più delle volte guidati dai genitori) che ritornano a ringraziarmi. Ho quindi la certezza che la verità premia sempre nel tempo, anche perché i ragazzi mi dicono che si sono sentiti liberi di aver conosciuto e intrapreso il percorso che più gli è piaciuto esplorare e che grazie alle mie parole hanno avuto un’occasione di riflessione e di stimolo per costruire il proprio futuro.

Qualche consiglio per il futuro dei “ragazzi di oggi”?

Ragazzi so che fate fatica ad ascoltare ma ascoltate e non arrendetevi alla prima difficoltà, date fiducia a qualsiasi maestro che incontrerete sulla vostra strada perché sarà sempre un’ottima guida non solo nella danza ma anche nella vita. Non praticate solo la danza ma vivetela, andate a teatro e sperimentate la danza sul palcoscenico dove la danza è a casa.

Parlare con Kledi Kadiu è stato un vero piacere, oltre ad essere l’artista che tutti conosciamo, è un uomo molto umile e schietto e, come tanti professionisti del settore, è una persona determinata che vive di duro lavoro, tanto impegno e tante rinunce. La grande popolarità che lo ha travolto in questi anni non lo ha mai distolto tuttavia dall’ educazione che gli ha dato la danza aiutandolo a rimanere sempre con i piedi per terra e mantenendo ben saldi i principi e i valori che insegna questa disciplina. Kledi crede infatti fermamente che l’educazione come l’entrare in sala chiedendo permesso al maestro, chiedere scusa ad un compagno, socializzare in maniera sana e positiva sia alla base di una buona preparazione alla danza e alla vita.

Si sente talmente riconoscente per tutto quello che ha ricevuto durante la sua vita, a partire dai maestri dell’Accademia di Tirana, per continuare con ogni maestro e professionista che lo ha accompagnato successivamente, che la sua intenzione è indicare ai giovani la strada e i binari giusti per restituire un po’ di quel lavoro, di quei valori e di quel bene che ha avuto la fortuna di incontrare.

 

 

© Expression Dance Magazine - Settembre 2019

 

Letto 250 volte Last modified on Martedì, 01 Ottobre 2019 14:15

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