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Dietro le quinte: il Concorso Expression visto e raccontato dal presentatore

Dietro le quinte: il Concorso Expression visto e raccontato dal presentatore

Da qualche anno a questa parte mi gusto l’arrivo di febbraio, nell’attesa di salire su un trenino che si arrampica tra le colline prima, le montagne poi, attraverso la cosiddetta Romagna Toscana. Quel treno porta me (e spesso altri colleghi del team) verso la città di Firenze, che ci accoglie dopo un tramonto rubato tra le gallerie, dal finestrino. Alcuni di noi sono già sul posto, coordinano, montano, controllano e predispongono una macchina ben oliata che ci terrà molto occupati per i giorni seguenti.

Conduco eventi da molti anni, salgo sui palchi più disparati ma con il concorso Expression ho un feeling davvero speciale. Il mio primo concorso di Danza: l’avvicinamento ad un mondo che mi ha prima incuriosito, poi accolto e rapito.

Sul palco, il mio partner Alberto ed io, abbiamo il privilegio di introdurre e intrattenere, cercando di guidare attraverso una competizione con una procedura rigorosa, per giunta messa in atto con la collaborazione di ospiti internazionali di primo livello. Not easy. Ma noi siamo solo la punta dell’iceberg di una crew variegata, multitasking, che lavora lontano dai riflettori, con capacità di decisione rapida ma presa e comunicata sempre con un sorriso, una frase gentile, un calore umano.

 Per noi che parliamo davanti ad un pubblico così vasto, spesso più che esperto, è di enorme aiuto un’atmosfera di questo genere, dietro le quinte.

Mi piacerebbe potervi condurre nel backstage.

Dal mio punto di vista, là dietro, osservo ogni performer, noto i diversi approcci nella gestione dei secondi che mancano all’entrata in scena, sotto le luci, davanti ai vostri occhi. Ci scambiamo spesso un cenno di incoraggiamento, un “in bocca al lupo” muto.

 Non mi sfugge il momento speciale in cui chi si esibisce si lascia andare pienamente, leggero, regalando emozioni che arrivano perfino ad un profano appassionato, come me. E non sfuggono certamente a voi, che ricambiate con sonori applausi!

 Le sensazioni più grandi, per la proporzione inversa, arrivano dai più piccoli. In effetti, ognuno di noi - più adulto - ha solitamente un minimo di apprensione quando sale quei gradini: i giovanissimi no, hanno sfrontatezza, audacia. Energia pura. Piccoli grandi professionisti.

In questi anni porto nel cuore lacrime che non si riescono a ricacciare, confessate in solitaria ad un angolo buio del padiglione, siano esse di felicità o di disperazione, a seconda. Porto negli occhi gli abbracci dei compagni, la soddisfazione negli occhi degli insegnanti o dei genitori. Oppure qualche rimprovero, c’è spazio anche per quello. Non dimenticherò chi ha continuato a danzare, magari a fronte di un piccolo infortunio, sempre con il sorriso. Supportato dall’adrenalina nel sangue che oscura il dolore, per poi fartela pagare amaramente appena scendi dal palco. Sopra giravolte e sorrisi, sotto zoppicamenti.

 Dal mio piccolo angolo dietro le quinte, sempre ad un passo dal palco - per ogni evenienza - noto quanta pazienza e gentilezza mettono i membri dello staff nel ripetere all’infinito le stesse risposte alle medesime domande che ogni scuola, insegnante, genitore o artista pone. È il loro ruolo, intendo di entrambi.

La giornata corre frenetica, tra decine di esibizioni che si alternano tra i due palchi, a volte con imprevisti, cambi scaletta. Una pausa per un caffè o un panino, una chiacchiera. E di nuovo on stage, con il piccolo box con la pece, che si sparge ovunque. Il palco da sistemare per non mettere a rischio l’incolumità dei concorrenti, qualche momento da riempire - cercando di strappare un sorriso. 

Dai bimbi ai ragazzi più grandi, poi coppie, gruppi. Presentazione, esibizione, raccolta voti, premiazione. E di nuovo.

Verso sera, stanchi ma soddisfatti, una cena insieme e poi di corsa a letto, tutti crolliamo.

La mattina presto, l’arrivo nei padiglioni vuoti, prima dell’apertura della fiera, insieme alle squadre di pulizia che hanno lavorato magari di notte, tra manovalanza, espositori che si recano agli stand e vigilanza.

Poi entrate voi, e la Fortezza finalmente si anima, noi siamo al secondo caffè. La gioia è nelle immagini che porto dentro, catturate da quel punto di vista privilegiato. Mentre presento lo sottolineo spesso e volentieri ed è davvero ciò che mi colpisce di più: vedere i giudici che consegnano premi e borse in giovani mani tremanti, dopo la scarica di adrenalina e tutta la fatica spesa davanti ad uno specchio, ad allenarsi. Sapere che quel sacrificio - tac! - apre una porta, una possibilità che prima non c’era. Per questo sono onorato di essere parte di una squadra così e di avere un ruolo che mi permette una full-immersion di momenti speciali, per qualcuno l’inizio di una fulgida carriera, nell’ambito di una competizione di primo piano. I giudici, contrariamente a quanto si possa pensare, riconoscono il talento anche tra mille elementi, al primo sguardo. Siedono davanti a noi, in giuria, nomi importantissimi con curricula che spaziano tra istituzioni e compagnie o teatri blasonati, da ogni latitudine. Nelle pause, chiedo spesso la loro opinione sul livello riscontrato e vi assicuro che sono giustamente esigenti. Prediligono il carattere, la personalità, lo stile. Spesso l’essenzialità. Come uno di loro mi disse durante una pausa, se vedi troppa scenografia, troppo tutto, beh, c’è carenza altrove, magari proprio di talento. Potete immaginare quindi il mio orgoglio, provato a nome di tutti noi, quando mi confessano il loro apprezzamento per il nostro concorso e per i talenti che vi partecipano.

 Danza, musica. Arte, emozioni. Ultima premiazione, i saluti finali ed il vostro gentile applauso per congedarci e rinnovare l’appuntamento all’anno seguente, finalmente citando per nome tutti coloro che hanno lavorato. Un applauso che gratifica tutto e tutti. Poi si spengono le luci. Sempre al tramonto, trascino il trolley fino alla stazione. Si torna a casa. Quando scendo da quel treno, la domenica sera, sono ancora galvanizzato dalla manifestazione appena conclusa: sfoglio i video, le foto (molti selfie, anche se i colleghi sono assai più bravi di me in questo eheh), scorro i vostri e i nostri hashtag e - ancora di più - momenti che ho vissuto, quelli non ci stanno nello smartphone!

 Ma, credetemi, già il lunedì mattina mi manca la big family in cui abbiamo vissuto, gomito a gomito per qualche giorno: che sia nel backstage, sul palco, o alla sera, davanti ad una ribollita fatta a regola e ad un buon bicchiere di Chianti, celebrando l’arte, la danza, la passione e l’empatia: la “droga” più potente che ci sia. In attesa del prossimo febbraio, salute!

 

© Expression Dance Magazine - Agosto 2018


Note sull'autore

Daniele Tigli: giornalista, conduttore, speaker radiofonico di Radio Studio Delta

 

 

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