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Greta Dato, solarità e versatilità

Greta Dato, solarità e versatilità

Danzatrice dell’anno 2015 per TANZ Dopo lo Staatstheater Cottbus, oggi è solista all’Hessisches Staatstheater Wiesbaden. Così Greta Dato ha conquistato i tedeschi...

 

«Sentivo il bisogno di mettermi alla prova e di aprirmi a nuove esperienze». Greta Dato spiega così il recente cambiamento nella sua vita professionale: dopo lo Staatstheater Cottbus, da agosto 2017 lavora come solista all’Hessisches Staatstheater Wiesbaden, sotto la direzione di Tim Plegge. «Mi trovo benissimo in questa compagnia, il repertorio è molto vario e quindi particolarmente stimolante. Il nostro direttore è anche coreografo, pertanto abbiamo la possibilità di lavorare personalmente a contatto con lui ma anche con molti coreografi ospiti» racconta. Piemontese di Biella, classe 1993, Greta è stata nominata nel 2015 ‘Danzatrice dell’anno’ dalla rivista tedesca “TANZ”, per poi ricevere, l’anno successivo, il prestigioso ‘Max Grünebaum Preis’. Dei riconoscimenti che per la solare e versatile ballerina che ha conquistato i tedeschi sono arrivati dopo un lungo percorso, cominciato a cinque anni con lo studio della danza moderna, dell’hip-hop e dei balli caraibici. «Fin da piccola, appena sentivo la musica, danzavo in salotto con mio fratello Davide (ndr, étoile del Balletto dell’Opera di Vienna). I miei genitori hanno così deciso di iscrivermi alla scuola di danza della mia città». 

Come pensavi alla danza quando eri bambina?

«Mi sono avvicinata a questa bellissima disciplina in modo molto naturale e spontaneo. In realtà, per me non è mai stata un hobby o un passatempo, ricordo che dopo la mia prima lezione mi fu immediatamente chiaro che non avrei voluto fare nient’altro».

Come sei arrivata alla Scuola del Balletto di Toscana? Che ricordi hai di quel periodo?

«Ho iniziato a studiare alla Scuola del Balletto di Toscana perché desideravo un posto che mi potesse offrire un percorso formativo completo. È stato un periodo fondamentale per la mia crescita. Questa  scuola mi   ha offerto la possibilità di imparare la tecnica classica così come la danza contemporanea, moderna e l’hip-hop».

Come professionista hai debuttato con il Balletto di Milano. Che esperienza è stata?

«Sono entrata al Balletto di Milano a 18 anni. Il primo contratto è sempre qualcosa di speciale, perché segna il passaggio dalla scuola all’ambiente lavorativo. Ho ricordi bellissimi legati a quel periodo. Grazie alla fiducia del direttore Carlo Pesta, ho avuto la possibilità di interpretare ruoli principali in molte produzioni della compagnia. È stata per me una grande sfida che mi ha permesso di crescere sul palcoscenico».

Nel 2013 sei approdata come ospite allo Staatstheater Cottbus, dove ti sei inserita stabilmente l’anno successivo. Com’è nata la decisione di lasciare l’Italia?

«In realtà non l’ho affatto pianificato, anzi sono molto amareggiata all’idea che oggi sia così difficile poter lavorare nel nostro Paese. L’opportunità di danzare come ospite allo Staatstheater Cottbus è arrivata all’improvviso e successivamente mi è stato offerto un contratto più duraturo. Ho pensato fosse una buona occasione per me. Ho trascorso tre anni in questo teatro, ho imparato moltissimo e sono davvero riconoscente al direttore Dirk Neumann per avermi permesso di crescere a livello tecnico e artistico».

Quando hai preso coscienza del tuo talento?

«Credo sia una domanda che non mi sono mai posta. Forse il talento è un qualcosa che si ha dentro e viene percepito dagli altri, dal pubblico più che da se stessi».

Cosa rappresenta per te la danza?

«È una scelta di vita. Non si è danzatori solo in sala prove o sul palco, lo si è sempre. Ho sempre messo la mia passione davanti a ogni altra cosa. È un bisogno per me, non potrei mai farne a meno».

Quali sono stati gli incontri e i momenti più significativi?

«Sono molte le persone a cui sono grata. Ogni maestro, direttore o coreografo con cui ho avuto il piacere di lavorare ha lasciato qualcosa di importante dentro di me. In particolare il maestro Ludmill Cakalli, con cui   ho studiato a Milano, ha inciso molto nel mio percorso formativo».

Quali sono stati, invece, i momenti di maggiore difficoltà?

«Ricordo che a scuola ci sono stati molti momenti duri, perché pretendi tantissimo da te stessa. Altre grandi sfide per me sono arrivate da quando lavoro in compagnia: ogni coreografo è diverso, quindi è una continua ricerca dentro se stessi. Non è sempre facile, è una crescita continua».

Come consideri la situazione della danza in Italia rispetto a quella in Germania?

«Purtroppo in Italia ci sono sempre più danzatori e sempre meno corpi di ballo. Si dovrebbe cercare di dare più spazio e investire di più in quest’arte. I teatri italiani sono numerosi e stupendi, ma non sono sostenuti economicamente nel modo adeguato dallo Stato. In Germania ogni città ha un teatro stabile con un corpo di ballo». 

Ti piacerebbe tornare in Italia?

«Certamente e volentieri. In futuro magari anche stabilmente, sperando che la situazione per noi danzatori possa migliorare presto».

Qual è il ruolo interpretato che ti ha regalato più emozioni?

«Credo Giulietta in “Romeo & Julia” di Ralf Rossa. Per me è stato molto interessante provare a immedesimarmi  in questo carattere. Penso che per questi tipi di ruoli le emozioni siano credibili sul palcoscenico solo se sono vere e reali».

Che consigli ti senti di dare ai giovani di oggi che sognano un futuro da ballerino? 

«Prima di tutto di non perdere mai di vista il proprio obiettivo. Poi di essere consapevoli che non è un ambiente facile ma che, con determinazione, perseveranza e duro lavoro, le soddisfazioni arrivano».

Con tuo fratello Davide che rapporto hai? Cosa lo distingue, a tuo avviso, dagli altri danzatori?

«Ho un rapporto fortissimo con lui. Abbiamo condiviso fin da piccoli la nostra passione. Per me è un grande esempio in tutto. Ha un forte senso del sacrificio e una grande umiltà. A livello professionale adoro la sua presenza scenica, non solo è un danzatore con un altissimo livello tecnico e un'incredibile versatilità ma è anche un grande artista sul palcoscenico».

La vostra famiglia vi ha sostenuti nel vostro percorso?

«Sempre. Senza l’appoggio e i sacrifici dei nostri genitori non saremmo mai potuti diventare danzatori professionisti. Sono loro molto grata per questo».

Com’è la tua giornata tipo? 

«La giornata inizia alle 10 con il training quotidiano. Successivamente proseguo con le prove dalle 11.30 alle 18, con un’ora di pausa pranzo».

Cosa ti piace fare al di fuori della danza?

«Sono una ragazza normalissima, mi piace stare in compagnia e passare delle belle serate con gli amici. Nel tempo libero, mi piace disegnare modelli di body di danza. Credo che per noi danzatrici sia importante sentirci bene in quello che indossiamo, senza però dover rinunciare alla nostra femminilità. Mi piacerebbe molto in futuro creare una mia linea di abbigliamento per la danza».

Mi confidi un sogno nel cassetto?

«Mi ritengo già molto fortunata e privilegiata nel poter vivere ogni giorno della mia passione. Questo è sempre stato il mio sogno nel cassetto. Pensando al mio futuro non ho piani prestabiliti, anche perché credo sia molto difficile averne in questo ambiente. Mi piacerebbe molto che la mia professione mi portasse a viaggiare in molti posti del mondo e che un giorno mi riportasse a casa, in Italia».

 

 

© Expression Dance Magazine - Maggio 2018

Letto 52 volte Last modified on Mercoledì, 30 Maggio 2018 13:07

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