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Intervista a Federico Bonelli

Intervista a Federico Bonelli

 

Quando è sul palcoscenico riesce a colpire il cuore del pubblico, unendo la grazia con l’abilità tecnica, l’espressività con la bellezza delle forme. Tant’è che, al Covent Garden di Londra - tra i più celebri ed eleganti teatri al mondo – c’è chi viene da tutto il mondo per ammirarlo, perché la sua danza è un linguaggio universale capace di emozionare e commuovere. Dal 2003, Federico Bonelli ha oltrepassato la Manica come principal dancer del mitico Royal Ballet, indiscusso tempio della danza anglosassone. Da allora ha interpretato i principali ruoli del repertorio della compagnia. La sua meravigliosa avventura nel mondo della danza, inizia a Genova e Casale Monferrato, dove cresce e comincia a frequentare le prime lezioni di danza. Nel 1992, all’età di quattordici anni, entra a far parte dell’Accademia di danza del Teatro Nuovo di Torino e studia in maniera più intensa con insegnanti italiani e maestri cubani. Per mettere alla prova il suo talento e farsi  notare dagli addetti ai lavori, durante gli anni di studio partecipa a diverse competizioni internazionali ottenendo la Medaglia d’argento al Concorso di Balletto dell’Avana a Cuba e il primo premio al Concorso internazionale di Rieti. Ma il vero trampolino di lancio per la sua carriera è il Prix de Lausanne nel 1996, dove vince una borsa di studio. In quel periodo, entra a far parte del Balletto di Zurigo, dove già l’anno successivo viene promosso solista. La permanenza in Svizzera è molto fruttuosa visto che il giovane Federico danza i ruoli principali in diverse coreografie del direttore Heinz Spoerli e in ruoli del repertorio classico come Albrecht in ‘Giselle’. Due anni dopo cambia compagnia e passa al Balletto Nazionale Olandese di Amsterdan dove nel 2002 è promosso primo ballerino. Durante gli anni in Olanda il suo repertorio si amplia notevolmente e arricchisce di vari stili e discipline grazie all’incontro con numerosi coreografi di fama internazionale. Ha infatti interpretato classici del repertorio, diverse coreografie di George Balanchine, William Forsythe e Hans Van Manen, oltre che rielaborazioni di classico come “Lo Schiaccianoci” di Wayne Eagling, il “Romeo e Giulietta” di Rudi Van Dantzig “Sylphide” e “Onegin” di Dinna Bjorn. Il suo percorso è tutto in salita e nel 2003 fa un ulteriore salto di qualità, entrando nell’organico del Royal Ballet come principal. La sua è un’esperienza di caratura mondiale, considerando che – negli anni – danza come artista ospite con la Scala di Milano, il Teatro Massimo di Palermo, il Balletto dell’Opera di Parigi, il Balletto del Cremlino, The National Theatre e lo Star Dancers Theatre di Tokyo, il Teatro Nazionale Croato di Zagabria e il Tulsa Ballet dell’Oklahoma. 

Federico Bonelli, com’è l’Italia vista da Londra?

«Il nostro è un Paese ricco di talenti, un po’ in tutti i settori, danza compresa. Molto spesso, per potersi esprimere, si è purtroppo costretti ad andare all’estero. Emigrano i fisici, i musicisti, i medici, e così capita anche ai ballerini… La situazione della danza è critica per certi aspetti, a causa della chiusura di numerose compagnie che non hanno i fondi necessari per sostenersi e produrre nuovi balletti. Quando mi capita, sono molto felice di danzare in Italia perché è il mio Paese d’origine. Mi piacerebbe ritornare un giorno ma non è facile…».

Credi che sarebbe stato possibile fare la stessa brillante carriera restando nel Belpaese?

«A 18 anni non mi sono lasciato scappare le opportunità che mi sono capitate all’estero, non ci ho pensato due volte ad andare dove potevo lavorare e continuerò in questa direzione. Certo, c’è un briciolo di rimpianto per quello che sarebbe potuto essere e non è stato in Italia. Mi mancano le persone e l’atmosfera che si trova in certi teatri. Però… cosa posso farci?».

Com’è Londra vista con gli occhi di un italiano?

«Dopo così tanti anni, tredici per l’esattezza, la capitale inglese è ormai la mia casa. Ma anche la mia grande sfida vinta. Mi trovo molto bene soprattutto per l’ottima organizzazione del lavoro. Londra è inoltre una città piena di stimoli, che non dorme mai… In compagnia sono perfettamente integrato e a mio agio».

Com’è stato inserirsi in un organico così famoso come il Royal Ballet?

«Ho vissuto tutto in modo piuttosto naturale, più di quello che inizialmente pensavo... La compagnia è molto internazionale, quindi non è stato stressante più di tanto il fatto di essere italiano piuttosto che inglese o di un’altra nazionalità. C’è l’abitudine al confronto con culture diverse e fra colleghi c’è una buona armonia. Semmai è stato impegnativo rapportarsi, inizialmente, con una compagnia dalla tradizione così forte, imparare balletti di un nuovo repertorio, eseguire nuovi passi e capire come raccontare le storie in base a uno stile che è proprio del Royal Ballet. In compagnia, infatti, la danza non conta solo nella sua perfetta esecuzione tecnica ma anche nella sua capacità narrativa e di trasmissione di emozioni».

Certo, non deve essere stato semplice iniziare al Royal Ballet direttamente da principal dancer…

«Questo, infatti, è stato lo scoglio più grande inizialmente… Una volta superata l’audizione, ho firmato un contratto per questo ruolo. Per me è stato come realizzare un sogno, dopo anni che mi preparavo guadando i video della compagnia durante gli anni di scuola, in particolare il ‘Lago dei Cigni’ con Makarova e Dowell… E proprio per questo, il primo spettacolo è stato molto faticoso, perché carico di tante responsabilità». 

In tutti questi anni, hai praticamente interpretato tutti i ruoli. Qual è il tuo preferito?

«Sì, sono stato molto fortunato… Ma in realtà non ho ruoli preferiti in assoluto, cambio a seconda dell’ispirazione. Posso dire che prediligo quelli dove posso raccontare una storia. In questo momento, mi sento di rispondere Des Grieux in “Manon” e Armand in “Marguerite et Armand”. Di recente mi sono molto divertito a danzare in “Yugen”, una nuova creazione del coreografo Wayne McGregor sulle note del compositore Leonard Bernstein». 

Tra le partner femminili ve n’è una speciale: tua moglie Hikaru Kobayashi…

«Sì. Non capita spesso, però, di ballare insieme in scena.  Ricordo con particolare emozione, qualche anno fa, la nostra prima volta all’Opera House, in la “Bella addormentata”. È stato molto speciale…». 

Quando hai iniziato a muovere i primi passi, avevi già il sogno  di diventare un grande danzatore?

«No, nei primi tempi, ho vissuto la danza come un gioco. Insieme a un mio caro amico, mi divertivo molto con il maestro Gianni Benazzo a Casale Monferrato. Questo è il primo ricordo che ho della danza… In un secondo momento, invece, a stimolarmi è stata l’idea di provare a raggiungere risultati sempre più ambiziosi, per vedere dove potevo arrivare alzando come si suol dire l’asticella delle difficoltà. Durante il periodo al Teatro Nuovo di Torino ho anche capito la complessità della danza, in quanto combinazione di movimento fisico e musica, di rigore e di ricerca».

Ed è in quel periodo che è stata la scintilla?

«Sì. Il passaggio in Accademia è stato certamente significativo perché è lì che il sogno ha iniziato a prendere forma. Ero un adolescente molto determinato: ogni giorno, mentre camminavo verso la scuola, mi ripetevo che ‘dovevo e potevo farcela’. La passione era scoppiata, anche se chiaramente non sapevo bene in cosa mi sarei imbarcato. Ricordo ancora la felicità dei saggi di fine anno: due giornate di assoluta magia!».

C’è un maestro, fra i tanti incontrati nel tuo percorso, a cui ti senti di rivolgere un ringraziamento speciale?

«In realtà, questa è una domanda molto difficile perché molteplici solo le persone rivelatesi importanti nella mia evoluzione scolastica e formativa. In ogni caso, non posso non citare la mia maestra cubana Maria Reynes che ho conosciuto grazie al rapporto di collaborazione esistente tra l’Accademia del Teatro Nuovo di Torino e i maestri della scuola cubana. È stata lei a prepararmi per il Prix de Lausanne che mi ha cambiato la vita».

Ma è vero che poi la borsa di studio del Prix de Lausanne in realtà non l’hai utilizzata?

«In un certo senso è stato così. Dovevo andare all’Opéra di Parigi ma c’è stato un disguido amministrativo che ha ritardato la mia partenza. Nel frattempo, proprio in quel periodo, ho ricevuto un paio di offerte lavorative da parte di compagnie che mi avevano notato proprio al concorso. Per cui ho accettato la proposta del Balletto di Zurigo e a  Parigi non sono mai andato. Quando si dice il destino… ». 

Alla luce della tua esperienza, ti sentiresti di consigliare ai giovani di oggi di fare concorsi di danza?

«Certo, sono un buon modo per migliorarsi e per confrontarsi, e quindi per imparare, con altri danzatori. Sempre però tenendo a mente che la danza non è un concorso». 

Quali sono i passi giusti per chi ha talento?

«Cercare le migliori condizioni per diventare il meglio di ciò che si può essere. Questo non significa necessariamente trasferirsi, ma spostarsi – se necessario – per andare alla ricerca di scuole e maestri diversi. Dando per scontato che ci sia una base di talento, bisogna impegnarsi e lavorare molto per migliorarsi. Conta molto guardare di continuo spettacoli, girare, essere curiosi e scegliere posti e persone in grado di porci delle sfide, per continuare a fare passi avanti…».

Come ti vedi fra dieci anni? Cosa ti piacerebbe fare?

«Difficile dirlo… Sono sicuro che non diventerò coreografo perché è una professione per cui bisogna essere portati. Non basta aver lavorato anni come ballerino, è tutta un’altra cosa… Di certo voglio continuare a crescere e imparare e mi piacerebbe restare nel mondo della danza. Appena il corpo non mi consentirà più di danzare ad alti livelli, farò un passo indietro e, da dietro le quinte, vorrei contribuire alla produzione della danza».

 

 

© Expression Dance Magazine - Agosto 2018

 

Letto 466 volte Last modified on Venerdì, 31 Agosto 2018 13:04
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