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Ballare in America tra sogno e realtà

Ballare in America tra sogno e realtà

"The future belongs to those who believe in the beauty of their dreams"

"Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni”, ma quanti davvero credono fino in fondo nella bellezza dei propri sogni? Quanti, giovani e meno giovani, provano davvero a raggiungere tale bellezza, inseguendo un sogno? Sono convinta che quella bellezza non sia nel sogno in sé, ma nel viaggio per raggiungerlo. Quella strada potrebbe offrire molto di più di quel sogno, lungo il percorso potrebbero arrivare sorprese inaspettate, ma in quanti sono davvero pronti a partire?

Abbiamo fatto una chiacchierata con Riccardo Battaglia, giovane danzatore ed insegnante che, nonostante la giovane età, ha già raccolto importantissime esperienze in compagnie, scuole e teatri, inseguendo un sogno, il suo.

Di dove sei e come hai scoperto il tuo amore per la danza?

Sono nato a Milano, cresciuto a Pescara. Ho sempre amato ballare già dall’età di 2 anni, mi muovevo con qualsiasi stile di musica! Ho però iniziato a prendere lezioni di danza a 8 anni. 

Come conciliare danza e scuola, il valore dell'insegnante e dell'educazione alla danza nella vita?

Aspetti importanti della danza sono sicuramente la disciplina e lo spirito di sacrificio. Per questo motivo è sempre stato fondamentale, per me, impegnarmi al massimo a scuola, continuando a seguire più corsi di danza possibile. Non è stato facile, ho dovuto dire di no a qualche uscita con i compagni, a qualche passeggiata in centro con gli amici, a quella vita da teenager che tutti gli altri facevano, ma ne è valsa la pena alla grande. Sono riuscito a ottenere il diploma di liceo scientifico con 100 e lode, frequentando la scuola di danza sei giorni su sette.

A 23 anni mi è stato chiesto di entrare nel corpo docente della Ailey Extension, le lezioni aperte, per adulti, della Alvin Ailey. All’inizio ero molto intimorito dall’idea di non essere all’altezza, di essere troppo giovane, ma il direttore dell’Ailey II, la compagnia junior di cui facevo parte, mi aveva visto insegnare mentre eravamo in tour ed ha creduto in me. Quell’esperienza mi ha donato consapevolezza, ho capito di amare l’insegnamento e ho capito l’amore che provavo nel condividere la mia passione con gli studenti. Da quel momento in poi ho iniziato a fare lezione, da allievo, in maniera più attenta. Avere grandi insegnanti di danza da piccolo, veri maestri di vita, come Americo Di Francesco e Paolo Lancioni, ha sicuramente aiutato nella mia crescita e nello sviluppo di questa mia passione. 

Da ballerino ritrovatosi in poco tempo dall’altra parte della sala, mi sento di dire spesso che il valore del maestro di danza è fondamentale, vitale per i futuri danzatori.

Hai partecipato al concorso Expression promosso da IDA: pensi che siano importanti questi concorsi sul piano nazionale ed internazionale?

Se non fosse stato per il concorso Expression, non sarei mai arrivato a raggiungere alcuni traguardi. È stato proprio lì che ricevetti la mia prima borsa di studio per l’Alvin Ailey, da Christopher Huggins, che quell’anno si trovava in giuria. La possibilità di farsi vedere e notare è estremamente importante per i giovani danzatori. 

Un altro aspetto molto positivo dei concorsi è l’opportunità che si ha di esibirsi davanti ad un pubblico e di superare l’ansia da palcoscenico. Spesso non c’è tempo o spazio per le prove, tutto scorre molto velocemente ed è una preparazione perfetta per le situazioni che si possono incontrare da professionista.

Ho partecipato a tanti concorsi in Italia da ragazzino e ho visto e giudicato concorsi negli States, la competizione fa parte del nostro mondo, ma deve essere sempre e solo sana. Non si dovrebbe mai arrivare a rivalità tra scuole, ragazzi, genitori, dobbiamo comunque ricordare che si parla di arte e che il fine ultimo di tutti non è quello di portare a casa un premio, ma di creare arte bella e ricca di emozioni.

Quando hai cominciato a pensare all'America? Pensi sia una tappa fondamentale? Perchè proprio Stati Uniti? Parlarci un po’ del tuo percorso.

Ho sempre avuto il mito di New York. Sia per la danza che vedevo nei film e telefilm americani, a Broadway nei suoi musical, ma anche per la città in sé e per sé: nutrivo questo “sogno americano” sin da bambino. A 17 anni, per il Summer intensive all’Alvin Ailey School, fu la mia prima volta in America: ricordo intensamente il mio arrivo, il taxi preso all’aeroporto JFK in direzione Manhattan, lo skyline che si dipinge davanti agli occhi, reale, per la prima volta con le sue mille luci… ammetto che mi emoziona ancora tantissimo il pensiero. Quel corso estivo di sei settimane mi fece ancora di più innamorare, sia della scuola che della città.

Così, finito il liceo, ho provato a fare l’audizione per la scuola e mi hanno preso dandomi una borsa di studio integrale. Dopo due anni di scuola sono stato preso nella mia prima compagnia, Elisa Monte Dance, dove sono rimasto per una stagione. Facendo l’audizione poi sono entrato nell’Ailey II, la compagnia junior dell’Alvin Ailey, con cui ho lavorato e ballato in giro per il mondo per due anni. Una delle esperienze più belle della mia vita. 

Non essendo stato preso subito per la prima compagnia mi sono rimboccato le maniche ed ho iniziato a fare tutti i lavori possibili che trovavo. Ho iniziato ad insegnare in quel momento ed in più lavoravo come host in un ristorante per arrotondare. Poi ho cominciato a ballare in diversi progetti con compagnie classiche e contemporanee, riuscendo anche ad essere scritturato da una grande agenzia per talenti, grazie alla quale ho preso parte a video e pubblicità, nell’ambito commercial, tra cui Swarovski, Kenzo, H&M e Monclair. Nel frattempo non smettevo di fare audizioni e casting, ne facevo 4-5 a settimana, ricevendo anche moltissimi “no”.

Dopo quasi due anni di questa vita, mi scrisse un messaggio il direttore di una compagnia di Chicago, Visceral Dance. Una mia amica ballava già nella compagnia e me ne aveva parlato bene. Mi offrì un contratto, che mi portò a lasciare New York e trasferirmi in un’altra città. Lo feci un po’ a malincuore, ma sentivo il bisogno di cambiare energia. A Chicago oltre a ballare in compagnia e in altri progetti, insegnavo anche a tempo pieno in due scuole tra cui la Joffrey Ballet Academy. Nei due anni di vita a Chicago non ho potuto sostenere l’audizione dell’Ailey, ma ho sempre cercato di tenermi in contatto e di fare lezione con loro quando erano in tour a Chicago. Questo fino a Novembre 2019, quando mi contattarono proprio dalla prima compagnia Alvin Ailey, avevano bisogno di un ballerino uomo per la stagione. È stato un sogno, danzare con loro, viaggiare per gli Stati Uniti, esibirsi con le loro stupende coreografie proprio per il 60esimo anniversario della compagnia. A fine contratto sono ritornato in Italia in cerca di lavoro, ed è arrivata un’opportunità dalla Germania, come artista ospite di un teatro stabile in Baviera, dove ho trascorso questi ultimi mesi.

Il sogno americano… cosa ha significato per te ballare nei teatri americani?

A volte faccio fatica a credere di aver ballato in così tanti teatri. Tra quelli che ricordo con più emozione ci sono il Joyce ed il Lincoln Center di New York, il Kennedy Center di Washington DC, il Fox Theater di Atlanta e l’Auditorium e l’Harris Theater di Chicago. Ma la cosa più bella in America è che i grandi teatri non sono solo nelle grandi città, ma anche in alcuni piccoli paesi e in alcuni campus universitari: hanno palchi enormi, platee da più di 3000 posti e crews tecniche preparatissime. 

Poi il pubblico, sempre caloroso, sempre partecipe, non ha mai timore di applaudire ed emozionarsi con gli artisti sul palco, ti fanno sentire una vera e propria star! 

Pensi sia una tappa fondamentale per la carriera di un danzatore fare un’esperienza negli States?

Non penso sia una tappa fondamentale per tutti, di opportunità per i danzatori ce ne sono tantissime anche in Europa e ne ho avuto la conferma con questa mia ultima esperienza, però un viaggio di studi a New York lo consiglio davvero.

Pensi sia importante per un ballerino italiano decidere di continuare la propria formazione all'estero?

In questo momento mi sento di dire di sì. In Italia ci sono scuole ed insegnanti fenomenali, che artisticamente formano molto bene, ma se ci sono le possibilità consiglio sempre di fare un’esperienza fuori. Aiuta a maturare e confrontarsi con una realtà diversa, una lingua diversa, culture diverse. Come si dice in America, “step out of your comfort zone”. 

Hai mai pensato di continuare il tuo percorso in un "ambiente non convenzionale"? Parlo di Asia o Africa?

Non mi pongo dei limiti, mai dire mai. Dopo 9 anni in America, un’esperienza di 7 mesi in un teatro in Germania e qualche lavoro in Italia, il mondo della danza in Asia ed Africa mi affascina molto e mi piacerebbe conoscerne di più. Se si dovesse presentare l’occasione di imparare da persone di altri continenti lontani e di connettersi tra artisti, sicuramente potersi esibire per un altro pubblico sarebbe stupendo.

Progetti per il futuro?

Purtroppo mi è un po’ difficile rispondere a questa domanda. Non mi è possibile, per ora, tornare negli States, quindi sto vedendo come muovermi in Italia. Spero di poter insegnare in scuole italiane in queste prossime settimane, per poter condividere le mie esperienze all’estero con i giovani danzatori in Italia. 

Sono riuscito a raggiungere molti obiettivi che mi ero prefissato, ma me ne pongo sempre altri, nuovi. So che voglio tornare a New York, di questo ne sono certo. Ora sto prendendo anche lezioni di canto per poter partecipare ad un musical perché uno dei miei sogni è sicuramente Broadway.

Sono mesi particolari, abbiamo chiuso nel cassetto i passaporti, limitato gli spostamenti ed i viaggi. Siamo stati costretti a mettere in “stand by” alcuni progetti e, in alcune circostanze, a riprendere totalmente in mano la nostra vita, cambiandole direzione. Come Riccardo, molti di noi avrebbero voluto proseguire un percorso, in una realtà che fino a poco tempo fa si mostrava ben diversa da ciò che stiamo vivendo. Inseguire sogni non è mai facile, ma con la consapevolezza di oggi, sappiamo che era forse un pochino più semplice. A volte però le sfide ci aiutano a cambiare prospettiva, trovando opportunità diverse, ma altrettanto stimolanti… in attesa del prossimo volo.

 

 

© Expression Dance Magazine - Ottobre 2020

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Copertina Giuliano Peparini

 

 

 

 

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