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“Scegli la tua cifra e questo sei tu” Carlos Kamizele  l’hip hop con dentro la voce dell’Africa

“Scegli la tua cifra e questo sei tu” Carlos Kamizele l’hip hop con dentro la voce dell’Africa

Carlos, originario del Congo, è arrivato in Italia a soli 8 anni e già prima di arrivare nel nostro paese ballava le danze tradizionali del Congo oltre a nutrire una forte passione per la danza in generale tanto che il suo passatempo preferito era imparare i passi dei ballerini dei video clip dei cantanti pop, in particolare Michael Jackson, che per lui sono stati una continua fonte di ispirazione.

Seguito da tanti giovani sui social lo abbiamo anche visto sul piccolo schermo il 1 gennaio ospite di Roberto Bolle.

 

Carlos come sei arrivato fino a qui?

Danzavo continuamente ma ho cominciato a danzare in una scuola a soli sedici anni. In quel periodo ho avuto il forte desiderio di imparare qualcosa di più e mi sono iscritto in un corso di hip hop a Ravenna al Centro studi La Torre dove insegnava Kris, con il quale da allora collaboro professionalmente e con cui ho un rapporto di stima e di amicizia. 

All’inizio danzavo più che altro per piacere personale poi, dopo i primi provini, alcuni buoni risultati e dopo aver capito che i feedback della gente erano sempre più alti, ho deciso di dedicarmi al 100% alla danza; anche se ci ho messo tanto impegno per avere solo questo come lavoro e vivere solo di danza perché, come capita spesso, avevo un altro lavoro per guadagnarmi da vivere. Poi pian piano ho cominciato a partecipare e a vincere battle anche internazionali e così il mio nome è cominciato a rimanere sulla bocca delle persone e hanno cominciato a chiamarmi “in giro”.

Quello che colpisce della tua “danza” è come riesci a creare un mix perfetto tra hip hop e danza afro. Come hai creato questo tuo particolare stile?

In Congo è difficile che esca un pezzo musicale che non sia accompagnato da una danza, e, come in tutta l’Africa, la danza è qualcosa di sociale, di comunità. Per questo credo che l’hip hop sia molto simile alla danza afro: li accomuna la parte urban e il concetto di danza come social dance. Poi ho arricchito il mio stile studiando anche le danze tradizionali provenienti da altre culture africane.

E come sei approdato in alcuni tra i programma televisivi più seguiti?

Quando avevo vent’anni mi sono presentato ai provini di Amici ma non sono stato preso perché in quegli anni l’hip hop non era ancora considerato tantissimo poi, però, vedendo che avevo uno stile particolare mi hanno richiamato al serale e feci come professionista una esibizione con Kris nell’edizione in cui vinse Alessandra Amoroso. Da lì è nata la collaborazione con Maura Paparo, poi mi sono esibito con Liza Minelli a New York e per due anni sono stato nel corpo di ballo a Zelig dove ho avuto l’occasione di esibirmi con Michelle Hunziker, Emma Marrone e Macia del Prete.

Poi uno degli ex produttori di Zelig, che era molto affascinato dalla mio modo di fare danza, ha prodotto lo spettacolo teatrale Around che ha girato tantissimo e per la prima volta con questo spettacolo una compagnia hip hop si è esibita al Teatro Regio di Parma. Quel passaggio per me è stato fondamentale e importante per trasferire la mia danza in un dialogo dal vivo con uno spettatore. A seguito di quel fortunato tour, nel 2016, mi hanno chiesto di partecipare a Pechino Express che è stata una bellissima esperienza anche se non aveva niente a che fare con il mio lavoro di ballerino.

E Carlos come si vede come ballerino? 

Secondo me il ballerino deve ricoprire tanti ruoli e credo che anche il ballerino hip hop si debba adattare e debba essere bravo a rispondere alla richiesta del momento e per questo credo che oggi il ballerino hip hop si debba raccontare in modo diverso. 

Come ballerino io ho accettato compromessi che mi hanno fatto comunque crescere: siamo ballerini e performer… scegli dove è la tua cifra e questo sei tu!

Pensi quindi anche a un tuo futuro come coreografo?

Si assolutamente, mi piacerebbe dire la mia anche come coreografo, come è successo nel programma Danza con me dove ho rappresentato la poesia scritta dell’attivista Maya Angelou, I Still I Rise, che è stata recitata dalla voce del rapper Ghali. Roberto Bolle mi ha chiamato perché ha compreso che la danza non si fa solo con i passi e questo per me è un riconoscimento dell’importanza artistica di quello che faccio. Roberto Bolle, seduto immobile, mi guardava mentre danzavo su un monologo in cui si parlava di discriminazione. Le parole su cui ho danzato sono parole che conosco bene: è come se il mio corpo avesse parlato raccontando la dolcezza e la rabbia di parole che ho realmente vissuto.

Discriminazione, una parola che spesso si vede combattere nelle tue parole “social”, quale è il messaggio che cerchi di trasmettere?

Voglio coinvolgere i ragazzi contro il razzismo, ma sempre attraverso la danza, perché credo che nella vita occorra trovare un punto di incontro tra persone: la diversità provoca l’odio e l’odio porta solo odio. È un messaggio che cerco di dare soprattutto ai genitori perché ci vuole educazione in tal senso e credo parta tutto da un modo di parlare di un padre e di una madre: per insegnare senza puntare il dito e senza discriminare. È chiaro che dove c’è la massa non vivi nel comfort, nella massa c’è sempre un deficit, c’è sempre una persona che si arroga il diritto di voler fare quello che gli pare. 

Ti sei mai sentito discriminato? 

Si. Mi sono sentito spesso demoralizzato in passato, ma l’autostima acquisita e la dedizione alla danza a lungo andare mi hanno fatto passare oltre a queste problematiche. Sto male invece per i miei figli o per i giovani che fanno fatica a difendersi. 

Tu che insegni anche ai ragazzi, cerchi di passargli oltre all'insegnamento della danza anche questi valori?

Si per me essere insegnante vuol dire essere portatore di un lavoro, quello di compiere un obiettivo, ma soprattutto arrivare a quella consapevolezza che ti da una soddisfazione personale: ho fatto danza e sono stato bene.

E’ molto che insegni?

Ho cominciato a insegnare verso i vent’anni con sostituzioni, poi ho fatto di questo il mio primo lavoro. Anche in questi mesi di chiusura fuori dalla sala ho cercato comunque di darmi al 100% come insegnante.

In merito, mi ha colpito molto una frase che hai scritto in un post su Instagram: “2020 non sei niente”. Come stai passando questi mesi di pausa forzata?

Ho cercato di reinventarmi e di non abbattermi, ho cercato di reagire e capire come potevo per sfruttare al meglio questo momento, così ho cominciato a cercare la creatività nella mia casa: ora voglio ballare di nuovo anche solo per piacere, per svago e mi racconto così… nella mia essenza, nella mia quotidianità.

 

 

© Expression Dance Magazine - Marzo 2021

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