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Os trigonum e collo del piede nel ballerino

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A cura di Omar De Bartolomeo – specialista in Ortopedia e traumatologia e del professor Bruno Magnan, con la partecipazione dei fisioterapisti Sara Benedetti, Eva Fasolo e Romeo Cuturi.

Il trigonum può essere molto piccolo e non dare segno di sé fino al momento in cui non si inizia a ‘forzare’ molto la tecnica in punta, verso i 14 anni. In alternativa può essere molto voluminoso e provocare dolore ricorrentee deficit importante di flessione plantare già verso i 10-12 anni"

 

L’os trigonum è un osso accessorio della caviglia, posto dietro all’astragalo. Si ritrova solo nel 7-10 per cento della popolazione generale ma solo in poche categorie di persone esso genera dolore. Di solito infatti sono colpiti da una sindrome dolorosa posteriore di caviglia soprattutto gli sportivi che eseguono gesti tecnico-sportivi con la caviglia in estensione massima. Tipicamente quindi i ballerini (lavoro en pointe o demi-pointe), i calciatori (tiro di ‘collo piede’), rugbisti (iperestensione della caviglia in mischia ovvero calcio per realizzo della meta), ecc. L’os trigonum è un ossicino che può nascere come nucleo di ossificazione accessorio del piede ovvero dalla frattura del processo di Stieda, vale a dire una ‘protuberanza’ della porzione posteriore dell’astragalo che – o per frattura da stress ovvero per frattura traumatica – si dissocia dall’astragalo. Il trigonum nato come osso accessorio, invece, si sviluppa da un piccolo contingente di cellule che danno origine a un nucleo di ossificazione secondario, pertanto sarò radiograficamente osservabile verso i 7-13 anni nei maschi e dagli 8 ai 10 anni circa nelle femmine. Può essere mono così come bilaterale. Il dolore è posteriore, dietro al malleolo interno e talora anche esterno. I ballerini riferiscono una sensazione di ‘blocco’ e di dolore in estensione, durante la pratica dell’en pointe (immagine 1). La diagnosi è clinica e radiografica, a cui si associano eventualmente la risonanza magnetica e la Tac per meglio definire dimensioni, rapporti anatomici con i tendini, presenza di lesioni associate. Il trigonum può essere molto piccolo e non dare segno di sé fino al momento in cui non si inizia a ‘forzare’ molto la tecnica in punta, e questo di solito succede verso i 14 anni. In alternativa può essere molto voluminoso e dare segno di sé con dolore ricorrente e deficit importante di flessione plantare già verso i 10-12 anni, associandosi spesso a tendinopatie ricorrenti del tibiale posteriore e del flessore dell’alluce (immagine 2). La terapia del conflitto posteriore di caviglia, associato alla presenza dell’os trigonum, può essere conservativa ovvero chirurgica. Nella nostra esperienza ci sentiamo di affermare che il primo approccio deve essere assolutamente conservativo e le terapie devono essere volte a:

1) Controllare il dolore

2) Migliorare il gesto atletico e artistico

3) Correggere ogni errore tecnico nella mezza punta, in punta, nell’en dehors

4) Nel correggere fattori predisponenti: tipo di scarpa da punta.

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Occorrerà quindi astenersi dall’attività della danza per un periodo più o meno lungo in relazione al quadro clinico iniziale, di solito per almeno quindici giorni, in cui si inizierà un programma fisiochinesiterapico costituito da terapia manuale miofasciale e mobilizzazioni articolari, terapia fisica strumentale (onde d’urto, us, etc.), preparazione atletica e studio dei fondamentali tecnici della danza (sbarra a terra, Pilates, girotonic, idrochinesiterpia e danza in acqua), correzione degli errori tecnici del complesso piede-caviglia ma anche dei distretti corporei a monte. Di solito la riammissione alle lezioni segue un adeguato periodo di riposo, e la ripresa deve essere sempre progressiva, iniziando dalla sbarra in parallelo e poi inserendo difficoltà crescenti. Da ultimo occorrerà riprendere lo studio della scarpa da punta. In selezionati casi, qualora il dolore e la limitazione funzionale non permettano il ritorno alle attività artistiche, è indicato procedere alla rimozione chirurgica del trigonum. Questo di solito si fa quindi solo per quei ballerini che continuano ad avere dolore, limitazione nella estensione della caviglia, ridotta capacità di performance e soprattutto un livello artistico elevato. L’intervento chirurgico, svolto sia artroscopicamente che attraverso una breve incisione tra tendine d’Achille e malleolo, può infatti essere gravata da alcune complicanze chirurgiche tra cui lesioni vascolari, nervose, la non completa rimozione del trigonum, la persistenza del dolore per via di fenomeni cicatriziali superficiali o profondi.  Dopo l’intervento chirurgico è raccomandato un periodo di immobilizzazione con gesso o tutore, a cui segue un periodo di fisioterapia in cui occorrerà dapprima recuperare la mobilità del piede e della caviglia, la forza muscolare, la propriocezione e,  in ultimo, il gesto atletico/artistico. È comprensibile che os trigonum molto voluminosi siano caratterizzati, di solito, da periodi post-operatori e fisioterapici più lunghi prima del ritorno al pieno alle attività artistiche (immagine 3).

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© Expression Dance Magazine - Dicembre 2017

 

 

Angelo Greco, la stella del San Francisco Ballet

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Non penso di essere un'eccellenza, provo a fare del mio meglio

Angelo Greco è un concentrato di talento e umiltà. Sardo di origine, classe 1995, a soli ventuno anni e dopo neppure un anno in compagnia, lo scorso febbraio è stato nominato Principal dancer del San Francisco Ballet. Una promozione che ha accolto e commentato con la stessa modestia di sempre: “Un onore, un grande passo da cui crescere e imparare ancora”. Perché nonostante i traguardi raggiunti, non si sente arrivato e per lui danzare ha lo stesso significato di quando ha iniziato: “Mi fa sentire libero, sereno, provare ogni giorno sensazioni ed emozioni diverse”.

Come hai scoperto la danza?

«Tra i dodici e i tredici anni ho chiesto a mia madre di iscrivermi a un corso di ginnastica artistica. Ma poiché nel mio paese non c’era nessuna scuola che proponesse quel tipo di disciplina, mi ha portato a Danzarte di Concordia. E lì, in modo del tutto imprevedibile, è iniziato tutto il mio percorso con Emanuela Mussini». 

Qual è stato il percorso che ti ha portato all’Accademia del Teatro alla Scala?

«A quattordici anni sono andato via di casa per proseguire gli studi in una scuola professionale, "Il Balletto" di Castelfranco Veneto, diretta da Susanna Plaino. Non è stata una scelta facile, non volevo andare a vivere lontano dai miei genitori e dagli amici, cambiare le mie abitudini. Arrivato lì ho avuto la fortuna di conoscere un grande maestro, Elias Garcia Herrera che, ancor prima di insegnarmi la tecnica, mi ha aiutato a conoscermi meglio, a cadere e poi rialzarmi, ad ascoltare il mio corpo. Sono stati tre anni molto intensi. Ricordo che la sera mi chiudevo spesso in camera e guardavo fuori dalla finestra, semplicemente mi perdevo nei miei pensieri, rivolti ai miei genitori e a tutti i loro sacrifici per me. Quando ero stanco mi tornava in mente quello che mi dicevano: “Angelo vai e divertiti!”. Trovavo in questo la forza per ricominciare a provare e riprovare, passi su passi. La danza dai quattordici ai sedici anni è stata come scoprire un mondo nuovo. Per tre anni ho partecipato a tantissimi concorsi, vincendo tanti primi posti, e ho ricevuto molte borse di studio da parte di importanti Accademie. Quando è giunto il momento di fare una scelta ho optato per entrare all’Accademia del Teatro alla Scala».

Cosa ti piace ricordare degli anni alla Scala? 

«Tutto ciò che ho vissuto. La Scala ha rappresentato il mio "inizio", sotto la guida del mio insegnante, il maestro Maurizio Vanadia, e a contatto con il direttore dell'Accademia, il maestro Fréderic Olivieri. Quest’ultimo ha creduto in me, dandomi fiducia ed eccezionali opportunità nei grandi teatri europei e non europei, insegnandomi così ad affrontare con serenità il mondo del teatro e il pubblico. Dopo l'Accademia non ho avuto dubbi e sono entrato a far parte della Compagnia del Teatro alla Scala. Il direttore mi ha dato subito l'opportunità di ballare, con il ruolo di Basilio, nel “Don Quixote” di Nureyev. Ero contento e agitatissimo. Il giorno dello spettacolo sono andato a piedi, da casa mia fino al teatro, e mi è sembrato di metterci un’infinità di tempo. È stata un'esperienza indimenticabile! Sono seguiti altri balletti e ruoli importanti che mi hanno di volta in volta coinvolto e travolto in un mare di sensazioni ed emozioni differenti. Poco prima di lasciare la Compagnia della Scala, ho avuto il piacere di lavorare con Massimo Murru: mi ha guidato per interpretare nuovamente il “Don Quixote” di Nureyev. In quella fase ho capito che ogni gesto, in palcoscenico, doveva avere un senso e dare la sensazione delle parole, ho imparato a comprendere l'importanza della mimica e della espressività dei gesti. Tutto doveva essere naturale e non forzato».

In una carriera così improntata alla disciplina e al rigore, quali sono stati le maggiori difficoltà e i sacrifici?

«Senza dubbio, allontanarmi dalla mia famiglia. Salutare i miei genitori e le persone care, non sapendo quando li avrei potuti rivedere. È qualcosa che mi risulta difficile tuttora, pur se – sempre – accompagnato dal forte desiderio di fare cose nuove».

Del momento della nomina a principal dancer del San Francisco Ballet quali emozioni porterai sempre nel tuo cuore?

«Non saprei ben definire cosa ho provato, ricordo solo che non mi presentai a una prova perché avevo perso il senso del tempo e avevo dimenticato di averla»

Come ti trovi all’interno della compagnia americana?

«Penso che sia una compagnia straordinaria. Durante l'anno abbiamo molte produzioni e tantissimi spettacoli. E i colleghi sono persone eccezionali con cui si può lavorare in assoluta tranquillità». 

Lo spettacolo di danza che ricordi come il più emozionante al quale hai assistito come spettatore?

«Uno dei primi balletti che ho visto è stato il “Don Quixote” con Baryshnikov e Cynthia Harvey. L’ho visto in dvd, ma è stato comunque bellissimo guardare due grandi ballerini come loro, che sprigionavano una fortissima energia. Semplicemente indimenticabile».

Mentre tra tutti quelli da te interpretati?

«Il più emozionate è stato “Romeo e Giulietta”. Alla fine del balletto mi sentivo vuoto ed esausto».

Ti piace vivere a San Francisco?

«Sì. Non è bella come una città italiana, ma è comunque una città interessantissima, non troppo caotica e molto variegata. Prendere la bici e andare lungo la costa fino ad arrivare sul Golden Gate è un bel passatempo, così come arrivare fino a Sausalito, una piccola cittadina sul mare, per poi ritornare in città. Oppure andare a Baker Beach per un po’ di relax sulla spiaggia».

Quando non sei in sala prove o sul palcoscenico ami trascorrere così il tuo tempo?

«Oltre girare in bici e andare in spiaggia, le mie passioni sono il pianoforte e la musica; mi piace molto cantare».

Ti piacerebbe, in futuro, lavorare in un corpo di ballo italiano?

«La Compagnia della Scala è stata la mia prima Compagnia e resta nel mio cuore. Cosa mi riserva il futuro non lo so. Lo scorso novembre, mi sono molto emozionato a ballare per tre serate sul palco dell’Opera di Roma, grazie all’invito ricevuto dalla direttrice Eleonora Abbagnato. È stato un grande onore ballare il “Don Quixote” di Laurent Hilaire, versione ispirata a quella originale di Mikhail Baryshnikov. Non vedo l'ora di poter vivere nuovamente un’esperienza di questo genere!».

Ami definirti un sognatore, qual è il prossimo sogno legato alla danza da realizzare?

«Il mio sogno è semplicemente di ballare, ballare e ballare. Spero di poter portare la mia danza ovunque essa possa andare».

Cosa consigli ai giovani che vorrebbero diventare danzatori professionisti?

«Nel film “Billy Elliot” è racchiuso tutto: amore, dedizione, sacrificio, tanto e ancora tanto lavoro, determinazione. Sognare e credere in ciò che si fa, perché se non ci credi tu, in primis, nessuno mai ci crederà».

 

© Expression Dance Magazine - Dicembre 2017

Il KRUMP-HIP HOP di Jay Asolo

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La danza di Jay Asolo esprime energia e libertà ed è in grado di coinvolgere ed emozionare chiunque abbia di fronte. Originario della Nigeria, scopre presto la passione per la danza ed è in Irlanda che si specializza in Raw Hip Hop, New Jack Swing, Krump, Lockin’ e African Afro Bounce. Ballerino, coreografo e insegnante molto apprezzato, allena crew in vista di concorsi hip hop e artisti quali Ronan Keating e Mikey Graham dei Boyzone, oltre a realizzare coreografie per il “Ryan Tubridy Tv Show”. 

Jay, è vero che ti sei avvicinato al mondo della danza grazie al geniale Michael Jackson?

«Sì. Ho sempre avuto un’attitudine per il movimento e per la danza sin da quando avevo cinque anni. Ricordo ancora il giorno in cui mio padre portò a casa la videocassetta di Michael. Mi innamorai perdutamente del Moonwalk, il suo passo di danza, utilizzato in diverse coreografie. Una movenza che l’artista ha perfezionato nel corso della sua carriera, rendendola famosa in tutto il mondo. Semplicemente provando a imitarlo, ho iniziato a ballare!».


JAY ASOLO AL CONCORSO EXPRESSION E A CAMPUS 2018

Jay Asolo sarà tra i giurati del Concorso Expression a Firenze dal 23 al 25 febbraio 2018 e assegnerà alcune borse di studio per l’evento “Shockk Hip Hop Summer Workshop” che si terrà nell’agosto 2018 a Dublino, in Irlanda. Maggiori informazioni su www.concorsoexpression.com 

Inoltre a luglio 2018 terrà lezioni di hip hop a Campus Summer School al Centro Studi La Torre di Ravenna. Maggiori informazioni a questo link >


Quali sono le esperienze che più ami ricordare del tuo percorso artistico e professionale?

«Senza dubbio, non posso non citare una delle collaborazioni più importanti, quella con i Boyzone, una boyband irlandese nata negli anni Novanta che ha all’attivo oltre 20 milioni di dischi venduti. Ma ho avuto anche la possibilità di creare numerose coreografie per spettacoli trasmessi dalla tv irlandese, di condurre seminari di danza in tutto il mondo e di allenare ballerini professionisti per rappresentare l’Irlanda in vista dei campionati mondiali di hip hop a Las Vegas 2014, classificatisi al sedicesimo posto. È stato importante, nel mio cammino, anche prepararmi fianco a fianco con alcuni rappresentanti della cosiddetta Old Generations della cultura hip hop, creatori quali Tight Eyex, Nig Mijo, Flo Master e molti altri».

Cosa rappresenta la danza per te?

«È certamente il modo migliore per sentirmi libero. È una meravigliosa arte. Ed è anche qualcosa di altamente terapeutico perché consente di esprimere se stessi senza doversi trattenere, senza freni. La danza è qualcosa di molto di più di un insieme di movimenti, è un miscuglio di sentimenti contrastanti». 

Sotto il termine hip hop si nasconde tutta una serie di definizioni, modi pensare e stili. Cosa rappresenta per te l’hip hop?

«È prima di tutto un’educazione, così come la conoscenza degli stili, della storia, dei padri fondatori e dei cinque elementi distintivi che sono MCing, djing, breaking, graffiti e beatbox. Ma soprattutto l’hip hop è una incredibile cultura e il suo bello è che non importa dove sei perché, attraverso l’hip hop, si parla la stessa lingua». 

Per molti di coloro che hanno avuto la possibilità di vederti ballare, sei ‘l’hip hop personificato’. Come ti piace descrivere il tuo stile di danza?

«Questa è una domanda molto difficile… Credo che il mio stile sia un misto di hip hop e krump, che simpaticamente mi piace chiamare ‘Raw hip Hop’ perché mi piace la crudezza dell’hip hop. Attraverso queste due tecniche riesco a far venire fuori i miei sentimenti».

Hai creato una tua compagnia che si chiama ADC – Asolo Dance Connection. Che cosa rappresenta?

«Sono molto orgoglioso di aver dato vita a un gruppo in cui i danzatori possono studiare, mettersi in mostra, confrontarsi, crescere, esprimersi e sentirsi liberi mentre danzano. D’altra parte, questi sono gli obiettivi che chiunque si avvicini o prosegua il suo percorso nella danza, dovrebbe darsi».

Hai un sogno o un desiderio che ancora non hai realizzato?

«Sogni e desideri spesso si confondono e diventano la stessa cosa… Mi piacerebbe tanto vincere la medaglia d’oro o  essere tra i primi tre all’Hip Hop International Dance Championship promosso dal creatore dell’America Best Dance Crew».

A cosa stai lavorando in questo momento e quali progetti hai per il prossimo futuro?

«Sto ultimando un video musicale per un grande artista nigeriano e sto anche preparando una crew in vista del World Championship 2018 in Arizona. Guardando avanti, mi vedo sempre impegnato al fianco di vari ballerini di tutto il mondo con cui creare divertenti lavori insieme». 

Come si svolge la tua giornata tipo e cosa ti piace fuori oltre alla danza?

«Le mie giornate, purtroppo, volano via in fretta a causa degli incalzanti impegni, caratterizzati per lo più dalla formazione di ballerini. Appena riesco a ricavarmi un po’ di tempo, mi piace seguire e praticare la boxe, giocare a football e a ping pong».

A tuo avviso, quali sono le qualità che un giovane ballerino dovrebbe avere per diventare una ‘star’?

«Senza dubbio: passione, desiderio di studiare qualsiasi stile di danza, costanza e perseveranza nell’allenamento, musicalità e ritmo. Se poi è un curioso, sempre pronto a conoscere le origini dei vari stili di danza e a saperne di più sui loro creatori, ancora meglio. E se facendo tutto questo si diverte pure, si chiude il cerchio perfetto». 

Cosa pensi della danza in Italia?

«Il vostro è un Paese dove esiste un livello molto buono, dove i ballerini sono appassionati e affamati di dare il meglio di sé quando sono sul palcoscenico. E questo mi piace molto!».

 

© Expression Dance Magazine - Dicembre 2017

La compagnia Brumanchon-Lamarche, una danza ribelle e appassionata

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Forse è uno dei sodalizi più longevi nel mondo della danza francese, quello fra il coreografo Claude Brumachon e il danzatore Benjamin Lamarche – iniziato nel 1981 – che tuttora continua con rinnovata energia e creatività. Dopo aver condiviso per 23 anni l’esperienza al Centre Chorégraphique di Nantes, il duo ha fondato l’associazione “Sous la Peau” e la compagnia di cui sono entrambi direttori artistici. Dallo scorso anno sono anche coreografi associati dei Centres Culturels de Limoges.

Com’è nato artisticamente Claude Brumachon?

«Avevo appena 17 anni quando mi sono avvicinato al Ballets de la Cité di Rouen durante uno stage intensivo con i ballerini della compagnia. La coreografa Catherine Atlani mi ha subito proposto un contratto di formazione di due anni. Una vera sorpresa per me, visto che inizialmente mi dedicavo alle Belle Arti, in particolare al disegno e alla pittura. Ho quindi dato una svolta alla mia vita e mi sono ritrovato ballerino quasi per caso. Ma è stato veramente un caso?». 

Avvicinato all’attività professionale da danzatore quasi senza volerlo, come ha scoperto il suo talento coreografico?

«Molto presto alcuni ballerini della compagnia che mi formavano, mi hanno incoraggiare a creare. E qualche anno più tardi, a partire dal 1983-84 effettivamente mi è capitato di vincere dei concorsi quali il Bagnolet. Ma l’incontro decisivo in tal senso è stato quello con Benjamin Lamarche. Insieme abbiamo deciso di portare avanti questa ricerca artistica e di mostrare il mondo e il corpo così come lo immaginavo in questo universo danzante».

Quali altri maestri sono stati decisivi?

«Senza dubbio Hideyuki Yano che mi viene ancora spesso in mente e che ha fortemente influenzato il mio modo di pensare quando coreografo. Molto importante è stata anche l’esperienza all’American Center di Parigi durante alcuni atelier coreografici, in cui ho molto appreso di Suzan Buirge. Una qualche influenza l’hanno poi avuta anche i grandi maestri della pittura, della scultura e del cinema, arti che sento molto affini».

L’incontro nel 1981 a Parigi con Benjamin Lamarche è stato fondamentale, visto che è diventato da allora fino a oggi il suo interprete preferito e assistente in tutte le sue creazioni. Come si è evoluto o è cambiato nel corso degli anni questo rapporto?

«Abbiamo fondato una compagnia, ‘”Sous la Peau”, di cui siamo entrambi direttori artistici, così come lo siamo stati per 23 anni al CCN di Nantes. Il nostro ‘duo’, ormai molto collaudato, si è quindi imposto presto nelle danza, nel modo di pensare l’arte e l’organizzazione di tutto ciò che ci circonda. Abbiamo sempre condiviso tutto. Il nostro rapporto è totalmente complementare nella creazione così come nella trasmissione delle opere. Anche se è sempre rimasto chiaro e senza equivoci che Benjamin è prima di tutto un interprete dei lavori che coreografo. Lui ci tiene moltissimo a rivendicare il suo essere danzatore e non coreografo».

Cosa rappresenta la danza per voi?

«La danza è uno spazio cittadino d’espressione delle libertà. Permette di prendere il volo. C’è la ricchezza del gesto che permette qualsiasi lettura. Fuori dalla parola, fuori dalla cultura stessa. La danza è uno strumento che permette di mettere in contatto popolazioni spesso molto differenti. Favorisce la convivenza. La danza è anche un impegno, un’azione militante. Ma soprattutto una passione poetica che permette di vivere, di contemplare e riunire il corpo e lo spirito».


 

CLAUDE BRUMACHON  AL  CONCORSO EXPRESSION 2018: Ci sarà anche Claude Brumachon, per la prima volta, tra i giurati del concorso Expression 2018, organizzato dall’IDA – International Dance Association nell’ambito di Danzainfiera a Firenze dal 23 al 25 febbraio. Per l’occasione, il noto coreografo sceglierà alcuni giovani di talento per affiancare la compagnia Brumachon-Lamarche nel luglio 2018, durante una fase di creazione del nuovo progetto a Parigi.

Info su www.concorsoexpression.com


 

 

Dal 1992 al 2015, avete diretto il Centre Chorégraphique National di Nantes. Un bilancio di questa esperienza?

«È molto difficile riassumere 23 anni di direzione. Di certo, è stato un pezzo molto importante e intenso della nostra vita. Ricco di incontri a livello internazionale, di viaggi geografici, culturali e immaginari. Quando si dirige un centro coreografico le cose possibili sono respinte e quelle impossibili spesso diventano possibili. Questo permette di esplorare terreni sconosciuti. Anche se ovviamente stiamo parlando pur sempre di un’istituzione con tutte le sue contraddizioni. E l’artista, in questa istituzione, può smarrire il suo animo. Spetta a lui saper rimanere vigile e far fronte alle difficoltà della burocrazia. Verso la fine del nostro mandato, abbiamo scritto un libro dove abbiamo fatto un bilancio molto ludico e veritiero».

Le vostre creazioni si ispirano alla natura, agli esseri viventi, agli  uccelli. Com’è nata la passione per l’ornitologia?

«È stato Benjamin a mettere per primo in evidenza questi concetti. Poi questa visione si è incrociata con ciò che mi affascinava e su cui mi interrogavo. Ho sempre pensato che il danzatore sia molto vicino all’animale nella sua istintività, nella sua velocità, nei suoi movimenti fulminanti. Ho spesso colto in mezzo alla natura il senso del selvaggio e dell’essere vivente. È qualcosa di sconvolgente e di molto simile all’atto danzato. Ricerco spesso nei miei lavori questo stato di natura perso, o forse dovrei dire stato di umanità prima della civilizzazione: il movimento primario arcaico».

Amate anche molto citare Pier Paolo Pasolini. Perché?

«È il mio maestro del cinema. Tra i 17 e i trent’anni, è stato il mio riferimento assoluto. Ha saputo rendere sullo schermo e nei suoi pensieri la violenza, la tenerezza, la crudezza, l’umanità, l’ingenuità, l’innocenza, anche il fatto di essere calpestato, senza abbellimenti. Adoro il modo diretto che ha di riprendere. Questo rispetto enorme della semplicità: la ricchezza povera o la povera ricchezza. Ma sono molto legato anche a Fellini e a Visconti».

C’è poi la passione per l’arte…

«Sì, ho sempre avuto un’attitudine per la pittura e la scultura. La mia iniziale educazione è essenzialmente pittorica. Per questo nelle mie coreografie compaiono spesso dei riferimenti alle immagini di alcuni artisti visionari come Bacon, Gericault, Bourdelle, Zadkine, Camille Claudel e… ovviamente Michelangelo».

Una creazione del cuore?

«Arrivato a quasi 110 lavori, è difficile isolarne uno. Potrei citare “Texane” o “Folie” che segnano un po’ le origini della mia gestualità, in cui è più evidente il mio segno, il mio stile. Ma mi vengono in mente anche “Icare”, un assolo creato per Benjamin e “Le festin”, impressionante messa in scena. Ma sono anche molto affezionato agli ultimi, fra cui “Mutant et d’indicibles violences”, che rappresenta un altro modo di scrivere la danza».

Le doti di un buon allievo?

«Un giovane che aspira a danzare a livello professionale deve essere curioso, disponibile, appassionato del gesto e del corpo. Ma deve anche essere in grado di mostrare l’energia della vita, il piacere di danzare prima del desiderio di carriera».

Un sogno che ancora non si è realizzato?

«A seguito della creazione di “Carmina  Burana” per il balletto del Grand Théâre di Ginevra nel maggio 2006, mi piacerebbe molto fare un “Romeo  e Giulietta”».

A quali lavori vi state dedicando attualmente e quali sono i vostri obiettivi futuri?

«Abbiamo appena terminato un lavoro con giovani giapponesi Down. Una grande riflessione sull’arte, la salute e la cittadinanza, per capire come l’arte possa migliorare la vita, come la danza permetta delle aperture inimmaginabili. Ora mi sto dedicando alla creazione per un trio con un violinista in scena. È la prima volta che lavoro con un musicista e che esploro il mondo musicale di Bartok e di Ben Haïm, ed è molto interessante.  Poi mi dedicherò a una creazione sulla migrazione, un problema molto sentito, sul quale c’è ancora necessità di riflettere. Si pensa spesso alla migrazione legata alla guerra, alla povertà, ma presto anche la questione climatica si farà sentire, pensiamo all’innalzamento del livello dell’acqua… Benjamin e io ci stiamo  inoltre impegnando a promuovere la danza nel territorio del Limousin-Nouvelle Aquitaine, perché c’è ancora molto da fare per far conoscere questa arte al grande pubblico e farla uscire da una visione troppo elitaria. L’anno prossimo, infine, ripartiremo per il Cile per una nuova creazione con i ballerini del posto a cui siamo molto affezionati».

Cosa pensate della danza italiana?

«Non possiamo dire di conoscere bene la realtà italiana nel suo complesso. Ci è però capitato di incontrare tanti danzatori italiani, collaborando con compagnie, balletti e scuole. Nelle loro vene scorre un sangue bollente e la loro danza è molto appassionata. E sono generosi nel donarsi al pubblico, oltre che molto abili tecnicamente. In una parola: emozionanti!».

 

© Expression Dance Magazine - Dicembre 2017

 

Il successo del primo corso di Danzatore con specializzazione in coreografia

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I primi a ottenere una qualifica professionale riconosciuto a livello nazionale ed europeo

Si è conclusa con successo la prima edizione del corso di formazione professionale per danzatore con specializzazione in coreografia che si è svolta nella sede di I.D.A a  Ravenna, da ottobre 2016 al novembre 2017, per un totale di 200 ore. 

Grazie al ricco  percorso formativo , i partecipanti hanno avuto la possibilità di seguire seminari che hanno alternato materie fondamentali ad altre collaterali e complementari, avendo così la possibilità di approfondire gli strumenti necessari alla scrittura coreografica, all’analisi del movimento, allo studio di stili e tecniche differenti. 

Il corso, diretto dalla danzatrice, coreografa e docente di danza contemporanea Emanuela Tagliavia, è stato tenuto da: Daniele Bestetti, lighting designer, tecnico e docente di illuminotecnica; Paolo Mohovich, danzatore e coreografo; Renata M. Molinari, scrittrice, drammaturga e docente teatrale; Davide Montagna, danzatore, coreografo e docente di contemporaneo; Laura Moro, danzatrice, coreografo e docente di ricerca coreografica; Linda Ricciardi, scenografa e costumista; Giampaolo Testoni, compositore; Carmelo Antonio Zapparrata, giornalista e critico di danza; Lorella Rapisarda, insegnante, coreografa e docente del metodo Laban/Bartenieff. 

Un corpo docente di alto livello che ha saputo offrire i giusti stimoli e spunti utili agli allievi-danzatori, desiderosi di meglio conoscere gli aspetti del lavoro coreografico in ambito contemporaneo. 

Per i diplomati, in possesso di una prestigiosa qualifica professionale riconosciuta a livello nazionale ed europeo 5° EQF, rilasciato dalla Regione Emilia Romagna, si aprono maggiori prospettive sul mercato della danza che è sempre più competitivo. Specializzazione e flessibilità sono infatti due requisiti chiave per giocarsi al meglio le proprie carte. 

Grazie a tutti gli insegnanti e ai partecipanti dall’IDA!


Forte dell’alto numero di richieste e dell’importanza del titolo in questione, nel 2018 sarà proposta una seconda edizione del corso, rivolta a danzatori maggiorenni – di tutte le regioni italiane – che  dimostrino di avere un curriculum artistico coerente con il percorso da intraprendere. 

I candidati interessati possono inviare il proprio cv a fomazione@cslatorre.it / danza@idadance.com. 

Maggiori informazioni a questo link >


 (Foto di Franco Covi)

© Expression Dance Magazine - Dicembre 2017

 

Gli allievi del corso per MAESTRO DI DANZA

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Le testimonianze degli allievi Eleonora Argiolas e Francesco Troilo, entusiasti del percorso intrapreso per specializzarsi nell’insegnamento e i consigli della docente Elisabetta Ceron

Ha preso il via durante l’estate a Ravenna nella sede dell’IDA – International Dance Association, il primo corso di qualifica per maestro di danza, promosso dal Centro Studi “La Torre” insieme a ISCOMER di Ravenna, riconosciuto dalla Regione Emilia Romagna, valido a livello regionale, nazionale ed europeo e finanziato dal Fondo Sociale Europeo. Si tratta di un importante traguardo perché è la prima volta in Italia che un corso, riconosciuto a livello giuridico, conferisce una prestigiosa qualifica in grado si aprire nuove prospettive professionali. Nel dettaglio, la nuova qualifica professionale definisce quella figura tecnica – nell’ambito dello spettacolo – in grado di progettare e condurre lezioni di danza classica, moderna e contemporanea, graduando gli obiettivi didattici in relazione alle caratteristiche psico-fisiche degli allievi. Al termine del percorso, ai 25 allievi selezionati, sarà rilasciato un titolo valido a livello nazionale ed europeo 6° livello - EQF. Il corso, durante il quale sarà data particolare rilevanza agli stage pratici, si sviluppa in 500 ore e propone i seguenti contenuti: configurazione percorso di danza, conduzione delle lezioni, preparazione alla produzione dello spettacolo, valutazione dei risultati dell’apprendimento, storia della danza e della musica, igiene della persona e degli ambienti, principi di corretta alimentazione, codice deontologico, principi di anatomia, fisiologia del movimento, psicomotricità, traumatologia, la sicurezza sul lavoro, tecniche di ricerca attiva del lavoro. Al corso sta partecipando Eleonora Argiolas (31 anni), di origine sarda ma da tempo residente a Ravenna. Alle spalle ha una laurea in Scienze Motorie e il diploma dell’IDA Ballet Academy, così come la frequentazione di diversi corsi di Pilates. Già da tempo insegna danza ai bambini e Pilates agli adulti. «Studio danza sin da bambina – racconta –, ma ho sempre avuto una particolare predilezione per l’insegnamento. Coerentemente con il mio carattere dinamico, sempre aperto alle nuove sfide, e con il mio desiderio di allargare le conoscenze, ho intrapreso questo nuovo percorso come se fosse una sfida, convinta di poter dare punti in più a una figura professionale spesso sottovalutata. All’estero non è così: l’insegnante di danza è rispettato e ben reputato perché ha un ruolo di grande responsabilità, se si considera che ha a che fare con i bambini molto piccoli, quasi come se fosse un educatore a tutto tondo. Da noi, spesso si trascurano questi aspetti, a causa di tanti insegnanti che si improvvisano tali dopo appena due anni di danza e quindi senza avere le necessarie basi». Questo finora è stato possibile a causa della mancanza di una normativa in grado di regolare una materia così delicata, ma ora le cose stanno cambiando. «Un inquadramento giuridico – aggiunge Eleonora – può certamente offrire un certo tipo di garanzie, quanto meno una preparazione adeguata, ma senza mai dimenticare l’importanza della passione. In giro ci sono troppi insegnanti che per l’appunto insegnano solo perché non sono riusciti a realizzare gli altri loro sogni artistici. Non c’è solo la tecnica, la conoscenza, ma anche l’amore per ciò che si fa». Eleonora è soddisfatta del lavoro intrapreso, che le ha consentito per esempio di avvicinarsi al contemporaneo con Emanuela Tagliavia, oltre che di ricevere nuovi spunti a livello didattico. “Il sabato svegliarmi e sapere di andare al corso, per me è molto appagante”, rivela. 


Nel 2018 partirà il nuovo corso di qualifica di "Maestro di danza" valido a livello regionale, nazionale ed europeo, aperto a candidati maggiorenni in possesso di un curriculum artistico coerente con il percorso da intraprendere. Il corso rilascerà la certificazione valida ai fini dell'abilitazione all'insegnamento della danza in Italia secondo la Legge approvata dalla Camera in data 8 novembre 2017. Maggiori informazioni a questo link >


 Anche Francesco Troilo (27 anni), di origini pugliesi ma residente a Monte Colombo in provincia di Rimini, è entusiasta. Proprio l’amore per la danza, scoperta a 8 anni, lo ha portato a trasferirsi da Bari alla Romagna, al seguito della compagnia di musical Ragazzi del Lago. «Mi sono avvicinato all’insegnamento affiancando i miei maestri – racconta –, occupandomi dei più piccoli nelle scuole di danza ma anche in alcune scuole dell’infanzia. Già da tempo avevo intenzione di fare un percorso specifico per l’insegnamento che reputo l’ideale proseguo della carriera di ballerino. Il corso di maestro di danza mi ha subito attirato per l’ottimo riconoscimento giuridico che garantisce, ma anche per il grande prestigio del corpo docenti. Pur avendo già un bagaglio completo nella danza, sto approfondendo gli aspetti del lavoro fisico sul corpo e sull’approccio psicologico con l’allievo, in modo del tutto nuovo. Sono ‘sorprendentemente’ sorpreso». 

Tra i numerosi docenti del corso di maestro di danza, c’è Elisabetta Ceron che si è sentita molto gratifica trovandosi di fronte allievi così entusiasti e curiosi, nell’apprendere principi sia educativi sia metodologici della propedeutica di cui si occupo. Nel complesso, una classe eterogenea con allievi di diverse età e percorsi formativi in varie discipline della danza che hanno subito formato un bel gruppo affiatato e coeso. «Sono rimasta colpita – afferma – dal modo garbato e attento con cui mi hanno posto domande mirate e specifiche, il che denota una grande consapevolezza. I partecipanti si sono dimostrati anche molto preoccupati di poter intervenire in modo corretto nei confronti dei piccoli allievi, coscienti del ruolo prezioso che rivestono anche come educatori. Forte del comune vissuto, ho molto interagito con la classe, mettendomi in gioco in prima persona. Ne è scaturita una maggiore sintonia, nonché uno scambio prolifico di idee ed esperienze». Ceron reputa positivi anche gli ultimi sviluppi legislativi in materia di insegnamento della danza. «La danza è una disciplina molto diffusa e sentita – ritiene –. Ma esistono percorsi, come quello che stiamo portando avanti, che devono essere fatti se ci si prende la responsabilità di avvicinarsi ai ‘piccoli corpi’. Non è possibile che ragazzi molto giovani e privi di esperienza abbiano a che fare con i bambini, i futuri danzatori. Il lavoro dell’adulto deve rispettare la crescita del bambino che è un piccolo discepolo. Il maestro è una figura che ‘dura’ tutta la vita, grazie a quel processo di imitazione che è molto forte nei più piccoli. Incontrare un cattivo maestro, è quanto di deleterio possa capitare».

 

© Expression Dance Magazine - Dicembre 2017

 

 

Tante stelle della danza allo stage Expression

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Centinaia di appassionati di danza da tutta Italia per il classico appuntamento con la danza del mese di dicembre dell’IDA. Alto il gradimento dei docenti, fra cui molti nomi noti anche al pubblico televisivo

È stato un ponte dell’Immacolata all’insegna della danza a Ravenna con lo stage internazionale “Expression”, dall’8 al 10 dicembre, nelle sale del Centro Studi “La Torre” di via Paolo Costa 2, sede dell’IDA – International Dance Association. Centinaia di giovani appassionati da tutta Italia, fra allievi e insegnanti, si sono dati appuntamento per studiare, perfezionarsi e confrontarsi in un contesto di assoluta qualità. Da mattina a sera, i partecipanti hanno avuto la possibilità di provaree tutti gli stili dal classico al modern, dal contemporaneo all’hip hop, dalla contact improvisation al tip tap.  L’edizione 2017 di Expression ha presentato un’offerta formativa notevolmente arricchita, per soddisfare le esigenze di tutti gli appassionati di danza, dai giovanissimi agli adulti, dai praticanti agli insegnanti. Oltre al tradizionale stage con lezioni pratiche e alle lezioni riservate agli under 12, sono stati proposti percorsi di approfondimento per insegnanti. Tre diverse modalità di studio, fra cui è stato possibile scegliere per consentire la migliore crescita tecnica e artistica. Tanti i nomi di richiamo, alcuni dei quali relativi a veri e propri beniamini dei giovani appassionati di danza. Daniel Agesilas ha condotto lezioni di classico accompagnato da un pianista, mentre Kledi Kadiu, noto ballerino televisivo, quelle di modern proponendo coinvolgenti coreografie. Ci sono stati anche Roberta Fontana, nota per lo stile modern energico, Carla Rizzu per il contemporaneo che ha spiegato i segreti della spirale e anche della contact improvisation insieme e Giovanni Gava, e Tony B. per il tip tap in contact. Matteo Addino ha proposto nuove lezioni di modern contemporaneo insieme a Giulia Pelagatti, ex concorrente del talent show “Amici di Maria de Filippi”, scelta di recente per un film di Bollywood. 

«Partecipo sempre con entusiasmo agli stage dell’IDA – racconta la docente Marika Ferrarini (37 anni) di Ferrara, che si è diplomata insegnante di modern e di contemporaneo con l’IDA -. Con grande piacere ho rincontrato la docente Roberta Fontana con cui mi ero trovata molto bene anche in passato. Ed è stata anche la mia prima volta con Kledi. Che dire? Lui è molto paziente e disponibile, sempre pronto a dare spiegazioni. Credevo che fosse più difficile cimentarsi con le sue coreografie che ho trovato invece molto fluide e coinvolgenti». Un parere condiviso anche dalla 25 enne Rachele Bergami di Bondeno. «Kledi è stata una meravigliosa scoperta anche per il suo carattere davvero delizioso – afferma -. Una conferma invece Fontana per la tecnicità e l’intensità delle sue coreografie. Ho imparato molte cose anche seguendo le lezioni di contact improvisation, disciplina a cui già da un po’ di tempo mi sono avvicinata. Proseguirò certamente in questa direzione, sperando un giorno di poter passare da assistente a docente». 

Nelle giornate di sabato e domenica, l’Hip Hop Lab ha proposto una panoramica delle danze urbane-free style-popping per consentire ai partecipanti di ricercare lo stile preferito. Oltre all’ospite speciale Iron Mike, ballerino di grande talento, vincitore di numerose competizioni internazionali di hip hop, per la prima volta a Ravenna, sono stati presenti Daniele Baldi e Ilenja Rossi dell’Hip Hop School IDA. 

Lezioni speciali sono state riservate anche ai più giovani Under 12, Carla Ponti per il contemporaneo, Daniel Agesilas per il classico, Tony B per il tip tap, Giovanni Gava per il breaking. L’appuntamento più atteso è stata la lezione di video-dance sulle musiche tratte dalla nota situation comedy “Alex & Co.”, tenuta dalla 16 enne Eleonora Gaggero – autrice del libro “Se è con te, sempre”, nonché attrice della fiction “Scomparsa” nel ruolo della ribelle Camilla – insieme al suo maestro Matteo Addino. All’uscita della lezione, tante le ragazzine letteralmente in visibilio. 

«La Gaggerò è stata la mia insegnante preferita – dice Siria Sega, 10 anni, di Trento -. Mi è piaciuto molto il suo modo di spiegare e anche di danzare. Incontrarla è stato come realizzare un piccolo sogno!». «Da grande vorrei fare la ballerina  e diventare come Eleonora – aggiunge Arianna Zannon, 10 anni, di Verona -. Studio danza da quando avevo quattro anni e la passione è cresciuta negli anni. Mi piace molto lo stile modern e contemporaneo. A Expression, mi sono divertita molto anche a seguire Carla Ponti che mi ha dato tanti utili consigli». «Il bello di questo stage – sottolinea Nicole Giuliani, 10 anni di Trento – è l’opportunità di confrontarsi in pochi giorni con tanti stili e maestri diversi. Studio da quando avevo sette anni e ho una predilezione per il moderno, anche se mi sto appassionando anche al contemporaneo». 

Pelagatti e Gaggero sono state protagoniste del momento ‘Meet & Greet’ al termine delle lezioni oggi, durante il quale hanno incontrato i loro fan  e si sono prestate a scattare selfie e a firmare autografi. 

Due i focus rivolti agli insegnanti e non solo: “Adolescenti dietro le quinte: metamorfosi dei corpi danzanti” di Rita Valbonesi e Roberta Broglia e “Strumenti di coreografia: tecniche di composizione coreografica attraverso l’utilizzo di oggetti di scena con giovani danzatori” di Matteo Addino e Roberta Broglia

 

© Expression Dance Magazine - Dicembre 2017

 

Un caloroso ringraziamento a tutti i partecipanti! Non perdete il prossimo appuntamento formativo con Kledi, Roberta Fontana, Matteo Addino e tanti altri a  Campus Summer School 2018

Ahmad Joudeh, dalla Siria all'Europa

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Un'incrollabile passione per la danza che l'ha portato dalle violenze del padre, le bombe della guerra e le minacce di morte alla sua seconda vita, in Olanda, a soli 27 anni, debutterà al fianco di Roberto Bolle

In molti lo hanno definito il ‘Billy Elliot siriano’ perché la vita del giovane ballerino Ahmad Joudeh non è stata finora per niente facile. Classe 1990, è nato e cresciuto nel campo profughi di Yarmouk, vicino a Damasco, in una famiglia di origine palestinese. Suo padre e suo fratello suonano da sempre e lui, a otto anni durante un loro concerto, si innamora invece della danza vedendo un gruppo di ragazzine ballare. La notizia non viene presa bene dai familiari, al punto che il padre lo bastona ripetutamente. Ma lui continua, imperterrito, a studiare danza di nascosto sui tetti di casa. E sempre di nascosto, poco più che adolescente, Ahmad si diploma all’Higher Institute for Dramatic Arts a Damasco, per poi unirsi alla compagnia dell’Enana Dance Theater con cui gira in tournée dal Libano fino agli Emirati Arabi. Arriva anche in semifinale nella versione araba del talent show “So You Think You Can Dance”. 

Purtroppo, però, gli imprevisti sono dietro l’angolo. Mentre la sua carriera è ormai in salita, la Siria viene inghiottita dalla guerra nel 2011. Prima le bombe del regime di Assad distruggono la sua casa, dove fra l’altro muoiono cinque membri della sua famiglia, poi i jihadisti prendono il controllo proprio del campo di Yarmouk dove trova rifugio. E come se non bastasse, nel 2014 l’Isis inizia a minacciarlo di morte via Facebook perché non solo danzava, ma insegnava ai bambini a farlo. Come reazione si disegna un tatuaggio sul collo con la scritta ‘Dance or Die’, dietro la nuca dove i boia islamici infilano la lama del coltello per tagliare la testa, così – se mai ce ne fosse stato bisogno – lo avrebbero saputo anche loro. Per Ahmad non ci sono altre strade, se non la danza. E insegnarla ai bambini orfani che hanno perso i genitori in guerra è un modo per salvarli. Per questo ha anche voluto danzare nel teatro di Palmyra dove l’Isis ha ammazzato centinaia di persone. È in quell’occasione che il giornalista olandese Roozbeh Kaboly conosce la sua storia e ne ricava un documentario che diventa un simbolo concreto della guerra contro l’Isis. Il film va in onda nella tv olandese e varca i confini del Medio Oriente. Ahmad porta in scena una sua coreografia sul palco dell’antico teatro romano di Palmira, lo stesso dove l’Isis ha costretto 25 ragazzini a uccidere altrettanti prigionieri. 

Da quel momento, inizia la sua rinascita. Il Dutch National Ballet lo invita ad Amsterdam. Appena in tempo, perché l’esercito siriano lo richiama. Quando arriva in Olanda è sotto choc perché non è abituato a tanta libertà e ad esprimere se stesso. Il direttore, Ted Brandsen , apre anche una campagna di raccolta fondi “Dance for Peace” (www.danceforpeace.nl), che finanzia il suo soggiorno e il mantenimento agli studi. E poi, è arrivata la realizzazione del suo più grande sogno: conoscere il suo idolo Roberto Bolle, colui che ha ispirato tutto quello ha fatto. I due sono diventati amici e Bolle gli ha chiesto di ballare insieme. L’1 gennaio 2018, Ahmad si esibirà sul palco di “Roberto Bolle – Danza con me” in onda in prima serata su Rai Uno. 

Il modern Fusion di Marco Bebbu

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Danzatore, coreografo, ideatore di eventi, ricercatore, creativo. Sono alcune delle definizione che ben calzano a Marco Bebbu, nato a Omegna nel 1977 in Piemonte, grintoso e determinato nel raggiungere i suoi obiettivi sin da giovanissimo nel variegato mondo dello spettacolo. Inizia presto a danzare nell’ambito di tournée teatrali, pubblicità, concerti musicali, compagnie di danza e di physical theatre in Italia e all’estero. Grazie al continuo contatto e confronto con registi e coreografi di fama internazionale, sviluppa un suo linguaggio di movimento molto personale, e si afferma come coreografo eclettico e innovativo. Inizia così un percorso creativo nell'ideazione e realizzazione di grandi eventi, flash mob, musical, spettacoli teatrali, videoclip, lip dub, sfilate di moda, programmi tv, locali notturni, coreografie aeree e performance interattive in cui l'elemento umano si fonde all'elemento virtuale

Marco Bebbu, partiamo dal presente. ‘Flashdance – Il Musical’, la nuova produzione firmata Stage Entertainment e Full House Entertainment, di cui curi le coreografie e con adattamenti di Chiara Noschese, sta ottenendo un grande successo di pubblico in teatro. Te lo aspettavi?

«Ne sono molto felice, soprattutto considerando che dal 2011 avevo deciso di smettere per un po’ di fare musical per continuare a ricercare un mio linguaggio e completare quindi il mio percorso. Ma, quando nel 2016 ho ricevuto la chiamata dell’assistente della regista, non ho saputo resistere. D’altra parte avevo già avuto il piacere di lavorare con Chiara e ne era nato un colpo di fulmine. A unirci è infatti una reciproca stima professionale. Ora ci aspetta un futuro luminoso, visto che ogni sera portiamo a teatro anche mille persone e che sono venuti persino dall’Inghilterra a vedere il nostro spettacolo».

Com’è lavorare come coreografo in una produzione così importante e articolata?

«Ci si sente anzitutto pieni di responsabilità, ma ciò vale per tutti gli artisti coinvolti. Questo perché più il progetto è grande, e più è necessario ‘portare a casa’ dei risultati. Lo sforzo di tutti è stato quello di ‘allinearci’, di lavorare insieme in un’unica direzione, dalla musica ai costumi, dalla coreografia alla sceneggiatura, consapevoli di dare vita a qualcosa di completamente nuovo. Senza questo forte spirito di gruppo non si va da nessuna parte…».

I ballerini sono riusciti facilmente a entrare nel tuo mondo, con i tuoi tempi e passi?

«C’è stato da lavorare insieme, prova dopo prova, per dare il massimo in scena. In base alla mia lunga esperienza, non è così facile in Italia trovare danzatori molto bravi per i musical perché si tende sempre a prediligere le doti canore e recitative. Quindi un requisito fondamentale è quello di dimostrarsi eclettici. Se poi si possiede quel quid che pochi hanno, sarebbe perfetto. Quando ho iniziato io a 19 anni, lavorando al fianco di Massimo Romeo Piparo, mi è servito molto per esempio avere doti acrobatiche».

Come definiresti il tuo stile coreografico?

«Rispecchia il modern fusion, ossia è una fusione di più tecniche, con passaggi di acrobatica, new style, modern con ottime basi classiche e non solo. Mi piace la duttilità e una naturale apertura verso nuovi elementi».

Tutte caratteristiche utili per “Flashdance”…

«Esattamente, perché è un musical dalla trama articolata e difficile in cui la protagonista si trova a dover fare una scena di danza classica, una di street dance, un’altra ancora a base di contaminazioni varie. In definitiva, uno spettacolo molto diverso rispetto a un musical come “Chicago” dove c’è un linguaggio uniforme dall’inizio alla fine». 

Come ti sei avvicinato alla danza?

«Sono sempre stato un iperattivo. Ho iniziato a nove anni con la ginnastica artistica, per studiare poi la breakdance e la danza classica verso i 12-13. Danzavo fino a quando non mi sentivo le ginocchia completamente distrutte. Appena potevo, scappavo per andare a studiare a Milano, rinunciando alle serate in discoteca. Dopo il liceo mi sono trasferito a Roma e lì è cominciata la mia carriera professionale». 

Tra le curiosità… hai firmato una coreografia del gioco di danza più venduto al mondo, il “Just Dance” della Wii, appena uscito con la quarta serie di canzoni. Si tratta del balletto “Some catching up”. Che tipo di esperienza è stata?

«Molto divertente ma anche impegnativa. La Wii è il gioco interattivo più diffuso negli Stati Uniti. Ho creato la mia coreografia rapportandomi con una ragazza con sensori. Non bastava avere in testa la coreografia, ma era necessario fosse semplice. Per questo motivo, i passi venivano continuamente verificati. Ne conservo un bel ricordo: l’ho vissuta come un gioco!». 

Qual è stato invece il lavoro che ricordi maggiormente come danzatore?

«Ho avuto la fortuna di fare un po’ tutti i più importanti musical: “Jesus Christ Superstar”, “Evita”, “La febbre del sabato sera”, “Sette spose per sette fratelli”, “Sweet Charity”, “Tre metri sopra il cielo”, “We Will Rock”, “Sola me ne vo per la città” con Mariangela Melato. Fra tutti, lo spettacolo che più mi ha permesso di crescere è stato quello al fianco di Jaime Rogers ne “La febbre del sabato sera”. Lui era completamente fuori di testa e, malgrado fosse estremamente difficile stargli dietro, ha cercato di trasmetterci il suo linguaggio. Rogers ci insegnava a essere assolutamente perfetti, a curare ogni dettaglio in modo quasi maniacale».

Come si potrebbe migliorare il mondo del musical e della danza in Italia?

«Abbiamo nel complesso una buona realtà, ma servirebbe osare di più, ossia essere un po’ più coraggiosi a livello progettuale, per far sì che anche i giovani coreografi – che non mancano – possano esprimersi. Per non fare sempre le stesse cose… il che corrisponde alla morte di un artista… Bisogna chiedersi di continuo ‘Perché esserci’ piuttosto che ‘Volerci sempre essere a ogni costo’!».

(Foto di Roberto Chierici)

 

© Expression Dance Magazine - Dicembre 2017

 

Sabrina Brazzo, la forza della danza

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Nata per fare la ballerina, ha avuto una carriera ai massimi livelli.  Nel suo coraggioso spettacolo La mia vita d’artista racconta delle sofferenze vissute per la sua dislessia

Quella di Sabrina Brazzo non è la ‘semplice’ storia di una bimba che comincia a studiare danza fino a realizzare, tra i soliti alti e bassi, il sogno di diventare prima ballerina. È la storia di una donna con una volontà di ferro, che a lungo si è sentita diversa dagli altri. La dislessia la faceva sentire un passo indietro rispetto ai suoi compagni di scuola, ma lei ha compreso che la danza poteva essere lo spazio dove esprimere il suo talento. Anche in sala da ballo le difficoltà non sono mancate, ma Sabrina ha superato con testardaggine tutti gli ostacoli. La danzatrice di Portogruaro si è diplomata alla Scala, dov’è diventata prima ballerina, per poi calcare i palcoscenici più famosi al mondo, dall’Opéra di Parigi al Covent Garden di Londra, dal Metropolitan di New York, al Marijnskj di San Pietroburgo, e ancora il Bolshoi di Mosca e il Theatro Municipal di Rio de Janeiro. Interprete dei ruoli principali dei titoli più celebri del repertorio classico e moderno, ha danzato anche per originali progetti a fianco di Giovanni Allevi (special guest nel videoclip “Go with the Flow”), Vasco Rossi (“Albachiara”, ma anche nel balletto alla Scala “L’altra metà del Cielo” con le coreografie e regia di Martha Clarke), Malika Ayane (nel videoclip “Ricomincio da qui”), Roberto Bolle nei vari “Bolle and Friends” a partire dal 2008 e per numerose iniziative legate all’alta moda. Un lungo cammino del quale non ha dimenticato le sofferenze iniziali, rivissute in uno spettacolo coraggioso, “La mia vita d’artista”, attraverso cui ha lanciato un messaggio importante: i bambini dislessici devono essere messi in grado di imparare, supportati nella diversità e unicità di ciascuno.

 

Com’è entrata la danza nella sua vita?

«Sono nata ballerina, ovvero con delle doti speciali. Non avrei potuto fare altro. Ballavo sempre, anche all’asilo. Mia mamma ha subito notato la mia predisposizione al movimento e mi ha portata in una scuola di danza a soli tre anni».

Chi ha inciso maggiormente nel suo percorso artistico?

«Ho avuto tanti bravi maestri, sono stata fortunata. A sei anni, in una scuola privata, incontrai Alfredo Rainò, primo ballerino dell’Opera di Roma. Accortosi del mio talento, chiamò i miei genitori per invitarli a farmi proseguire questo percorso. Quando ho studiato alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala, importante è stata la direttrice Anna Maria Prina, che ha sempre creduto in me. La sua severità è stata fondamentale per la mia formazione poiché avere delle belle doti non basta: per diventare ballerine bisogna avere carattere e volontà. Dopo il diploma, grazie a Rudolf Nureyev, che mi ha scelta per il suo “Lago dei Cigni”, sono entrata in compagnia. Essendo molto curiosa, sono andata in Francia, Germania, America per acquisire tecniche diverse. Devo molto, poi, a Elisabetta Terabust, che mi ha chiamata facendomi tornare in Italia, dove è iniziata la mia carriera. Ricordo con gratitudine anche Frédéric Olivieri, che mi ha fatto ballare tutto quello che potevo ballare. Ma l’incontro più bello è stato quello con mio marito, lui mi ha ispirato una seconda carriera».

Suo marito è il danzatore Andrea Volpintesta. Quali sono i pro e i contro di condividere il palcoscenico con il proprio compagno di vita?

«È una bella sfida. Si dice che la coppia che lavora insieme prima o poi si stufa, ma per noi non è così. Abbiamo lo stesso interesse, anche a casa parliamo del nostro lavoro. Questo perché la nostra, in realtà, non è solo una professione, è la nostra vita. Viviamo per il teatro. Amo poter condividere con mio marito oltre che la casa, la scena, le quinte, i camerini. Inoltre Andrea è un bravissimo maestro, mi segue nell’allenamento. E in scena, quando c’è lui, ballo con gli occhi chiusi perché so che mi fa volare».

Con suo marito ha fondato la compagnia Jas Art Ballet. Come e con quali obiettivi nasce questo progetto?

«L’idea è stata di Andrea. Uscita dalla Scala pensavo di smettere di ballare. Avevo già scelto di tornare a Venezia, la mia città. Mio marito scherzosamente mi disse: “Le gambe ti si alzano ancora, perché non continui ad alzarle?”. Proprio in quel periodo facemmo un viaggio a Lourdes, dove danzammo. La Madonna di Lourdes è famosa per dare delle risposte e io, in quell’occasione, le chiesi se fosse giusto smettere di ballare. Dopo pochi secondi dalla mia domanda arrivò un prete. Mi riconobbe e mi raccontò una parabola che parla di un artista che riceve un dono speciale dal Signore. Interpretai quell’incontro come un segno del destino, decidendo di non lasciare la danza. Ma dopo una meravigliosa carriera ho sentito il bisogno di mettere la mia esperienza a disposizione dei giovani, dando loro la possibilità di vivere il teatro. Ci si lamenta tanto che i teatri chiudono, che i corpi di ballo non ci sono. E allora io e Andrea abbiamo scelto di reagire, provare a fare qualcosa, cominciando in una piccola palestra. Alla prima audizione non c’era nessuno, solo tre ragazzi che avevamo precedentemente conosciuto. All’ultima audizione, invece, c’era il mondo. Mi sono commossa pensando alla strada percorsa. Inoltre, lavorare con i giovani per me è bellissimo perché c’è uno scambio costante e reciproco, la mia curiosità continua a essere stimolata».

Nello spettacolo “La mia vita d’artista. Storie di ordinaria e straordinaria dislessia” si è raccontata in danza. La dislessia, quanto ha influito nell’affrontare il suo percorso quotidiano di danzatrice?

«È stato lo spettacolo più forte che abbia mai fatto. Mi ha messa a nudo. Mi è stato proposto da Salvo Manganaro del Teatro Carcano, al quale all’inizio dissi di no perché i miei genitori ancora si vergognano. E infatti non sono venuti ad applaudirmi in teatro. Ma ho voluto portare la mia testimonianza. La mia è stata un’infanzia bruttissima perché non si sapeva cosa fosse la dislessia e i ragazzini che avevano più difficoltà a scuola erano considerati asini. Anche studiando danza ho affrontato non pochi ostacoli nell’imparare i nomi dei passi, le coreografie, nel distinguere la destra e la sinistra. Fino a prima dello spettacolo non mi ero mai veramente soffermata a riflettere sulla fatica fatta, la dislessia era un tabù. Sono contenta di essere stata anche un esempio: un ragazzo della compagnia mi ha scritto una lettera subito dopo lo spettacolo, ringraziandomi per avergli fatto capire il suo problema». 

Quali sono stati i momenti più emozionanti della sua carriera?

«Quando ho portato a teatro il mio bambino per la prima volta. Ricordo che era un batuffolino che mi guardava mentre mettevo le punte. Ho vissuto un’emozione incredibile quando sono diventata prima ballerina con Sylvie Guillem, che tra tante candidate mi scelse per la sua “Giselle”. E poi un’altra emozione forte è quella che ho provato quando mi strappai il polpaccio. In ospedale mi dissero che probabilmente non avrei più ballato. L’unica cosa che so fare è ballare e mi ritrovai a chiedermi: “E adesso cosa faccio?”. Ma poi arrivò la telefonata di Roberto Bolle che mi diceva di mettermi in sesto perché aveva bisogno di me per Bolle and Friends. Nel giro di un mese e mezzo ero già in prova e ho ballato per 5-6 anni con lui in giro per il mondo». 

Qual è il suo consiglio ai giovani che sognano una carriera da danzatori?

«Di andare in teatro a vedere spettacoli di danza. Hanno l’obbligo di frequentare il teatro e di entrare in sala con la voglia di vivere il momento, non di sopportare la lezione, ma di viverla perché è con l’anima che si diventa ballerini, oltre che con la tecnica». 

Cosa le piacerebbe che ci fosse nel suo futuro?

«Andrea e io ci stiamo dedicando alla Jas Art Junior, una compagnia giovane. Un progetto che è già partito e sta dando buoni frutti. Abbiamo formato un gruppo eccezionale, composto dai migliori giovani danzatori d’Italia. Frequentano regolarmente le loro accademie e scuole di danza e un weekend al mese vengono da noi per studiare diverse discipline, dalla danza classica fino alla storia del teatro. L’obiettivo è di preparali a spettacoli importanti, da portare in tour non solo in Italia. Stiamo lavorando per far capire che la danza è nei teatri e mi auguro un futuro con più compagnie di danza e meno calcio, con una politica che promuova quest’arte, come accade in Germania, dove ogni paesino ha il suo corpo di ballo e la sua stagione teatrale». 

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