Una carriera decennale e di grande successo. Una Scuola di Ballo, quella del Teatro alla Scala di Milano, di cui è stata Direttrice: un sodalizio durato ben 32 anni, durante i quali sono nati e cresciuti numerosi danzatori e danzatrici, che lavorano oggi in Italia e all’estero.
Signora Prina, il Suo nome è naturalmente associato alla figura della Direttrice, ma nella Sua carriera Lei è stata naturalmente anche allieva e insegnante, coreografa, autrice di un testo di metodologia della danza classica. Può raccontare un ricordo per ciascun ruolo?
La danza è il mio grande amore, maturato nel tempo, perché da bambina non avevo ben chiaro cosa fosse il mondo della danza. Da allieva ho amato profondamente la lezione di danza, la sbarra, che è la compagna di vita per tantissimi anni di tutti i ballerini, come lo specchio. Già da ballerina ho cominciato a pensare all’insegnamento, ma questo germe interiore, che certamente era in me, si è veramente sviluppato negli anni ’60, durante il corso di perfezionamento insegnanti in Russia. Lì l’insegnamento si concentrava su aspetti tecnici e teorici, mentre in Italia l’allievo imparava osservando il maestro e “imitandone” i passi. Non mi definirei una coreografa in senso stretto, perché ho creato o per la scuola, quindi con un linguaggio accademico, o per le opere liriche, quindi con un’attenzione alle necessità del regista, con cui si lavora gomito a gomito; soprattutto, non mi definirei coreografa, perché non sento l’esigenza di creare, che è, invece, sempre alla base di questo lavoro artistico. Scrivere un libro non è stato facile, a causa degli impegni (l’ho redatto, infatti, per lo più di notte), ma sono contenta di averlo scritto, perché sentivo l’esigenza di mettere su carta quanto sapevo, cercando di farmi comprendere anche a chi di danza non è strettamente competente.
Ricorda il Suo primo giorno di scuola da Direttrice?
Più che il primo giorno, ricordo la notte precedente! Al mio rientro a Milano dalla Russia, sono stata scelta per affiancare John Field alla direzione del Corpo di Ballo e, particolarmente, della Scuola: ho lavorato sempre con zelo per ricambiare la fiducia che lui riponeva in me. Una sera di fine estate del 1974 mi ha telefonato l’allora sovrintendente Paolo Grassi, dicendomi di presentarmi il giorno dopo a Scuola per prendere il posto di Field. Ho passato una notte di agitazione! Ero naturalmente contenta dell’incarico, ma avevo solo 30 anni!
Su quali elementi ha improntato la Sua direzione della Scuola di Ballo?
Ho cercato di aprire la Scuola alle novità, sempre nel rispetto della storia di questa Istituzione: ho cercato di costruire un corpo docenti affiatato e coerente; ho dato spazio alla danza maschile, aumentando e stabilizzando gli insegnanti per le classi di ragazzi; ho inserito nuove discipline di studio, sia teoriche (storia del balletto e musica), sia pratiche, come Pilates (che in Francia mi aveva colpito positivamente), danza spagnola (quella autentica e non rivisitata nelle danze di carattere, che erano già nel piano di studi) e soprattutto, la danza contemporanea, con grande scandalo! Volevo che gli allievi conoscessero la danza contemporanea non solo come insieme di passi, ma come fenomeno culturale, studiandone la musica e vedendo gli spettacoli. Infine, ho voluto attivare i corsi per la propedeutica, per insegnanti e pianisti accompagnatori.
A quali progetti si dedica da quando ha lasciato la Direzione della Scuola a ottobre 2006?
Realizzo progetti di insegnamento con la Regione Lombardia, sono giurata in numerosi concorsi, viaggio spesso in Italia e all’estero per consulenze presso scuole di ballo, seminari di formazione e stage: per esempio, in Francia, tengo corsi sul metodo Vaganova, di cui i francesi si sono incuriositi. E continuo a muovermi e a studiare. Non mi annoio!
Quali sono a Suo parere le doti che devono possedere gli allievi e le allieve per diventare dei buoni ballerini classici e dei buoni danzatori contemporanei?
All’inizio del percorso di studi non c’è molta differenza fra bambini e bambine, perché si giudicano il fisico dei candidati, che deve essere snello e, soprattutto, proporzionato, la loro attitudine al movimento, la coordinazione, l’elasticità, la musicalità, la capacità di concentrazione. Elementi fisici come, per esempio, il collo del piede, non sono, tuttavia, un diktat, perché la loro mancanza può essere compensata dall’enorme talento e, soprattutto, questa estetica corporea molto rigida è tipica della danza classica, ma non della danza contemporanea, quindi i danzatori di talento possono comunque esprimere il loro potenziale. Più avanti, nell’uomo ci devono essere grande forza e resistenza e un atteggiamento estetico energico, come lo possedeva, per esempio, Nureyev; nella donna, invece, la forza deve essere nascosta sotto la grazia e la leggiadria. Per tutti sono necessari, inoltre, un atteggiamento mentale di grande forza e determinazione e lo studio, inteso come ampliamento del loro orizzonte culturale, per capire cosa danzano e non solo ballare come mera esecuzione.
D’altro canto, quali pensa siano le doti di un buon insegnante di danza e di un buon Direttore di una scuola, indipendentemente dal fatto che si lavori all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano o in una realtà più piccola?
Innanzitutto, il lavoro di insegnante e di direttore devono essere basati su un solido studio e una buona esperienza di palcoscenico. L’insegnamento è una vera e propria scienza, perché si deve esser capaci di scomporre i passi e spiegare ogni singolo movimento, quindi avere piena consapevolezza di cosa si sta insegnando. Non deve mancare una certa cultura, non intesa come titolo di studio, ma come conoscenza della materia e padronanza pedagogica: la decisione, l’intransigenza anche, devono sempre mescolarsi alla pazienza e alla voglia di trasmettere il proprio sapere ai ragazzi, nel modo che meglio si adatta ad ogni singolo allievo. È importante gestire bene la classe e non avere preferenze, o esserne consapevoli per poter comunque prestare la giusta attenzione a tutti gli allievi. Da non trascurare la cura del proprio corpo. Quando, poi, l’insegnante è l’unico esempio di danza per i ragazzi (come accade spesso nelle scuole private) è fondamentale mostrare i passi in maniera chiara e precisa, comprese braccia e mani. Un direttore (che a mio parere dovrebbe avere un passato da insegnante) deve essere anche lui persona di grande cultura, onesta, retta; deve conoscere la psiche umana e pensare sempre e solo agli allievi, nonché prendere delle decisioni e motivarle.
L’insegnamento non è un percorso a senso unico, ma uno scambio reciproco fra docente e discente. Cosa insegna un giovane danzatore al suo insegnante?
Gli allievi obbligano un insegnante a fermarsi a riflettere sul proprio carattere, sulla propria personalità, a capire come agire per andare incontro alle loro esigenze, perché si contribuisce a formare non solo dei danzatori, che è alquanto scontato, ma anche delle persone. E poi gli allievi, soprattutto i più piccoli, hanno molta creatività e voglia di esprimersi, che a mio parere devono essere accolte dagli insegnanti; per esempio, le mie allieve in Scala, spesso, costruivano loro stesse l’esercizio d’adagio che veniva poi presentato agli esami di fine corso.
A grande sorpresa, è ritornata in scena nel 2014 con un assolo intitolato “Madame”, coreografia di Michela Lucenti, al Teatro Due di Parma. Può parlarci dello spettacolo?
Ho conosciuto per caso a teatro Michela Lucenti, una danzatrice e coreografa davvero intensa, che mi ha fortemente voluta per questo assolo. Il suo lavoro su di me era basato su un continuo dialogo fra di noi, che mi ha portato a esprimere aspetti del mio carattere che ho sempre tenuto nascosti. Ne è nato uno spettacolo di 40 minuti, a mio parere estremamente raffinato, in cui si mescolano danza e recitato, che si conclude con il mio ricordo di un’insegnante russa che mi invitava costantemente a lavorare, come poi ho sempre fatto.
Nel 2016 ancora in scena, con uno spettacolo, di cui è stata anche madrina, “TreD – Design, Danza, Disability”, alla Triennale di Milano: con Lei ex-allievi e i ballerini abili e disabili della compagnia Dreamtime. Ci racconta qualcosa in più? Come può combinarsi la disabilità fisica con la danza, che richiede al corpo umano la perfezione di linee e forme?
Lo spettacolo si compone di scene, proiezioni, filmati; vi partecipano Emanuela Montanari, Stefania Ballone, che ne è la coreografa, e Christian Fagetti, con cui ho interpretato un passo a due di teatro danza. Questa esperienza è stata molto significativa per me, perché per la prima volta sono entrata in contatto stretto e prolungato con persone con disabilità. All’inizio è stato spiazzante, ma poi lo scambio è stato coinvolgente: io preparavo delle lezioni di body conditioning, adatte a loro, seguite con entusiasmo e passione, ricercando il massimo risultato nel movimento, la perfezione possiamo anche dire, in base alle loro possibilità: è un modo altro di guardare alla danza e al movimento artistico. E anche alla vita, perché si impara a lamentarsi di meno e ad apprezzare ciò che si ha.
© Expression Dance Magazine - Giugno 2019
Prima Ballerina del Teatro La Scala di Milano da marzo 2018, Virna Toppi è una giovane e stimata professionista con la passione per la fotografia, la cucina e il cucito, che non si scorda mai della bambina brianzola, golosissima di strozzapreti al ragù della nonna, riconoscendo in lei la determinazione e la risolutezza che l’hanno portata a diventare la ballerina che è oggi.
Virna, ci racconteresti come tutto ha avuto inizio?
“Ho iniziato a studiare danza in una scuola privata di Camnago all’età di sette anni. I miei genitori inizialmente erano reticenti, perché desiderosi di farmi praticare uno sport, mentre la Danza è un’Arte. Io però ho insistito al punto da far loro cambiare idea; sapevo che era la cosa giusta per me e da quando ho intrapreso questa strada non l’ho mai abbandonata. A 10 anni ho superato il provino per l’Accademia del Teatro La Scala e così, dopo otto anni di studio, parallelamente alla maturità linguistica, mi sono diplomata Ballerina Professionista. Dopo un anno di esperienza fantastica in Germania al Semperoper Ballet di Dresda, la mancanza dell’Italia e del Teatro dove sono cresciuta era tale che ho deciso di tornare a Milano. È iniziata così la mia seconda fase scaligera. Passati due anni dal mio rientro, infatti, l’ex direttore Makhar Vaziev mi ha promossa Solista e, dopo altre tre stagioni, l’attuale direttore Frédéric Olivieri mi ha nominata Prima Ballerina, rendendo concreta l’ambizione di una vita”.
Cosa ricordi di quegli otto anni di studio e formazione in Accademia?
“Ho sempre amato danzare e mi sono sempre impegnata al massimo per imparare e migliorare di giorno in giorno. Durante tutto il mio percorso ogni insegnante ha avuto un ruolo determinante nella mia formazione: tutti a modo loro mi hanno lasciato qualcosa. Credo di aver avuto la grande fortuna di poter lavorare con persone di spessore, dalla comprovata esperienza personale; grandi Maestri in grado di lasciare un segno indelebile nel mio percorso di crescita. Devo ringraziare tutti coloro che ho incrociato, perché è grazie a loro che sono potuta diventare la ballerina che sono oggi”.
Chi sono i tuoi punti di riferimento?
“Negli anni mi sono ispirata a diversi professionisti e icone del mondo della danza; per quanto riguarda la professionalità e la dedizione al lavoro, Roberto Bolle è per me il migliore in assoluto; la mia quotidiana fonte di ispirazione ed esempio. Tra le donne, sicuramente non posso non nominare Marianela Núñez, Polina Semionova e Alessandra Ferri, ballerine fantastiche con cui ho anche avuto la fortuna di poter lavorare. Ognuna di loro dal canto suo ha qualcosa di speciale, dovuto al proprio background. Poter assistere alle performance di professioniste come loro ha un valore inestimabile poiché mi ha dato la possibilità di carpirne i ‘segreti’ facendoli in qualche modo miei. Ci sarebbero tanti aneddoti da raccontare ma la sostanza è che ogni qualvolta un artista viene in Teatro per interpretare un balletto, come per esempio è successo con Marianela Núñez con Manon, cerco di immaginare ciò che sottostà e motiva ogni suo movimento o un gesto per poi farli miei”.
Come è la tua quotidianità?
“In generale la mia vita è molto semplice e routinaria. Ogni mattina arrivo in Teatro verso le 9.00; dopo una lezione di un’ora e un quarto, verso le 11.30 iniziano le prove, che proseguono fino alle 17.30, con una pausa pranzo alle 13.40. La sera non faccio nulla di particolare, cerco di recuperare al massimo le energie per il giorno successivo: faccio un massaggio, cucio le punte, guardo un film o qualcosa di simile. Normalmente non seguo un particolare regime alimentare: allenandomi tantissimo, mi rendo conto durante il giorno di ciò che il mio corpo necessita di mangiare e lo assecondo”.
Come è cambiata la vita di Virna dal marzo dello scorso anno?
“Ammetto che da quando sono diventata Prima Ballerina sento su di me una maggior responsabilità: so di essere una sorta di punto di riferimento per tutto il corpo di ballo, sia in scena sia in sala durante le prove giornaliere, e per questo cerco costantemente di esserne all’altezza, cercando di migliorarmi di giorno in giorno e alzando sempre più l’asticella, ovvero non sentendomi mai ‘arrivata’. Ad oggi mi reputo davvero fortunata a fare parte di questa Compagnia; più passa il tempo e più lo apprezzo. Quando mi capita di veder ballare il corpo di ballo da spettatrice mi sento davvero soddisfatta e orgogliosa di farne parte. Il mio rapporto con i colleghi è saldo e immutato anche dopo la mia nomina. Da parte loro sento una grande energia e appoggio che mi aiuta tantissimo nell’affrontare gli impegni e le responsabilità del ruolo; è una sensazione bellissima perché non mi sento mai sola né in scena né dietro le quinte… Sono legami che vanno al di fuori del Teatro”.
Il primo gennaio di quest’anno sei stata ospite di Roberto Bolle allo show tv ‘Balla con me’. Ci parleresti di questa esperienza?
“Ballare in televisione è molto diverso dal farlo in Teatro: per me, quella con Roberto, è stata un’esperienza nuova e interessante, una delle mie prime volte in televisione. Roberto sa mettere tutti a proprio agio, facendo sentire bene le persone in ogni situazione; inoltre il brano per cui sono stata chiamata era di per sé molto divertente, per cui posso dire di essere stata davvero contenta di aver partecipato al programma. Credo che, in generale, quello che sta facendo Roberto, portando la danza ‘fuori dai teatri’, è qualcosa di speciale. Spesso per pigrizia, per mancanza di tempo, o per una sorta di retaggio culturale che assimila la danza a un passatempo elitario, le persone non sono predisposte ad alzarsi dai propri divani e assistere allo spettacolo dal vivo. Quando però è la danza ad entrare direttamente nelle loro case, scoprono un mondo nuovo e interessante, profondamente lontano dai loro pregiudizi”.
Su Instagram sei una vera social star con oltre 28 mila follower. Sembra che anche tu stia facendo la tua parte per avvicinare il pubblico alla Danza...
“Premetto che adoro la fotografia e quando ho aperto il mio account Instagram l’ho fatto quasi per gioco per pubblicare qualche scatto frutto di questa mia passione. Poi però ho capito che i social, in particolare Instagram, sarebbero potuti essere un buon strumento per far conoscere alle persone la quotidianità delle ballerine, talvolta erroneamente immaginata ‘tutta scarpette e tutù’. Volevo andare oltre a ciò che appare, ovvero volevo semplicemente mostrarmi per ciò che sono: una ragazza come tutte, dalla vita simile a qualsiasi mia coetanea nonostante il lavoro che faccio. Un’idea che sembra essere stata apprezzata dagli utenti del social, che lo stanno dimostrando seguendomi con tanto affetto”.
Che consiglio ti sentiresti di dare a chi ama la danza e vorrebbe intraprendere la tua stessa professione?
“Il consiglio che mi sento di dare a un/a ragazzo/a a cui piace danzare è di continuare a farlo sempre e comunque, perché non è un fallimento non diventare Primo Ballerino ma, a mio parere, è una sconfitta smettere di fare ciò che si ama. Non è importante danzare nei teatri, se lo si vuole fare si può continuare anche senza raggiungere il ‘successo’, semplicemente facendolo per se stessi e per pura passione”.
Tornando alla tua carriera, quali sono gli impegni più imminenti per i quali stai lavorando?
“Aprile è stato un mese davvero pieno di impegni per me: dal 7 al 20 sono stata in scena con Wolf Works, eccellente lavoro di Wayne McGregor sulla vita di Virginia Wolf, con le toccanti musiche di Max Richter e l’eccezionale artisticità di Alessandra Ferri e Federico Bonelli, in cui ho interpretato il ruolo della sorella della protagonista, Vanessa Wolf. Uno spettacolo unico, apprezzato veramente da tutti: anche i miei nonni, sicuramente più avvezzi a balletti ‘classici per definizione’, lo hanno amato tantissimo. Il 29 aprile, inoltre, ho calcato il palco del Teatro Aleksandrinskij di San Pietroburgo in un Gala di étoile al Dance Open Festival. E il prossimo futuro si preannuncia altrettanto ricco di soddisfazioni: al momento sono al lavoro per montare ‘il Corsaro’, in scena a fine maggio al Teatro Lirico di Cagliari, e contemporaneamente sto preparando ‘La Bella Addormentata’, che sarà in scena a Milano dal 26 giugno al 9 luglio prossimi”.
Ultima domanda: come ti vedi tra 20/30 anni?
“Non so dire ora dove sarò o cosa farò tra così tanto tempo. Potrei continuare a fare danza, magari in altri ruoli o in altre forme, o essere una cuoca (cucinare è come ho già detto è un’altra mia grande passione) o semplicemente fare la mamma. Per ora vivo molto alla giornata e cerco di prendere il meglio da ciò che viene, impegnandomi al massimo affinché anche il futuro mi sorrida sempre”.
© Expression Dance Magazine - Giugno 2019
Nel micro universo danza esistono una miriade di concorsi, rassegne coreografiche e talent per giovani danzatori, come scegliere e perché? Prima di tutto distinguiamo queste tre categorie di eventi.
Come il termine “concorso” si dovrebbe definire una “gara” nella quale si esibiscono danzatori suddivisi per stile, età e numero di partecipanti con l’obiettivo di dimostrare ai giudici le proprie doti e nel complesso una coreografia costruita con canoni tecnici apprezzabili. La giuria dovrebbe essere imparziale, composta da professionisti riconosciuti come eccellenze nel mondo della danza e che rappresentino tutti gli stili in concorso. Il regolamento dovrebbe racchiudere indicazioni che garantiscano la trasparenza e la serietà del concorso, come ad esempio il fatto che alla giuria non vengano comunicati ne il nome della scuola di provenienza, ne il nome del coreografo in modo da non essere influenzati da eventuali conoscenze. I premi in palio vanno da borse di studio, abbigliamento per la danza e denaro.
Le “rassegne coreografiche” invece dovrebbero essere NON COMPETITIVE ma avere lo scopo di dare l’opportunità a giovani danzatori e a giovani coreografi di portare i propri lavori su un palco neutro ( che non sia quello del saggio di fine anno) di fronte a maestri e coreografi esperti che hanno la facoltà o meno di dare borse di studio o opportunità di lavoro. Al centro però non ci dovrebbe essere la performance del singolo danzatore ma la composizione coreografica nel suo insieme.
Infine ci sono i “talent” che negli ultimi anni hanno spopolato, anche grazie al gusto del pubblico che è sempre più rivolto verso performance molto tecniche e acrobatiche. Detto ciò, lo scopo di questi eventi dovrebbe essere quello di “scovare” nuovi talenti e più sono giovani meglio è! Non sono quasi mai organizzati in teatri, hanno in giuria personaggi più o meno famosi e non necessariamente legati alla danza, spesso prevedono tutti i tipi di talenti e non solo la danza e hanno premi di vario tipo.
Ora che abbiamo chiarito quelle che dovrebbero essere le differenze vorrei fare una breve riflessione del perché partecipare a queste manifestazioni con i propri allievi.
Chi come me appartiene all’epoca dei dinosauri sa molto bene che il fenomeno “concorsi” o comunque “agonismo” nella danza e’ relativamente recente, la tradizione prevedeva la classica alternanza esami e saggio e solo i veri talenti che dimostravano capacità superiori alla media venivano portati nei pochissimi concorsi esistenti.
Lo scopo allora era davvero quello di dare loro, attraverso corpose borse di studio, la possibilità di andare a studiare all’estero o entrare in compagnie con contratti di lavoro.
La realtà di oggi invece appare ben differente, esistono alcuni concorsi e rassegne organizzate da enti di nota fama e serietà che rispondono alle caratteristiche di cui sopra e poi un mare di piccole realtà portare avanti da qualsivoglia a.s.d. per rispondere alle regole dettate dal CONI che prevedono l’obbligo di fare gare o eventi sportivi! La domanda però sorge spontanea, il no profit dove sta? Questi eventi fruttano non pochi soldi alle associazioni sportive che li organizzano utilizzando spesso strutture fatiscenti e non idonee, con impianto stereo di bassissima qualità e giudici di dubbia etica professionale. Già, il meccanismo di scelta dei giudici e’ l’aspetto più triste, spesso in questi concorsi, l’asd che organizza partecipa con i propri allievi alla competizione, inoltre sceglie come giudici personaggi che hanno collaborazioni abituali in modo che siano incentivati ad agevolare gli allievi di quella scuola. E’ quindi evidente che organizzare eventi seri che rispettino etica e gusto non è cosa semplice e andrebbe lasciato fare a chi lo fa da sempre, tuttavia come già detto ogni anno spuntano nuovi eventi come funghetti e margherite...
Si ritorna quindi alla domanda iniziale: perché portare gli allievi e come scegliere?
Il secondo quesito è in realtà molto semplice: scegliere eventi organizzati da enti conosciuti e seri. Investire soldi ed energie per un’esperienza che sia formativa altrimenti si rischia di creare solo frustrazioni negli allieve e avremo un effetto controproducente.
Per quanto riguarda il “perché” non ho una risposta valida per tutti. Come in ogni cosa ci sono pro e contro, partecipare può essere un incentivo ad impegnarsi di più, può insegnare ad abituarsi al confronto, aiuta ad esibirsi su palchi diversi di fronte ad un pubblico vero; d’altro canto c’è l’aspetto competitivo che non è necessariamente positivo e può essere un’arma a doppio taglio arrivando anche a indurre gli allievi ad abbandonare la danza se non ripagati da vittorie.
Concludendo qualsiasi esperienza si proponga ai nostri allievi deve avere lo scopo di arricchire il loro bagaglio culturale, tecnico ed emotivo non alimentare l’autostima del maestro né servire da pubblicità per la scuola di provenienza. Un maestro e una scuola che si rispetti deve avere come obiettivo crescere ed educare allievi con rispetto e coscienza, altrimenti sarebbe meglio fare altro nella vita perché il rischio è quello di distruggere opportunità preziose per giovani pieni di aspettative.
Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica.
F. Nietzsche
La musica per la danza ha un ruolo fondamentale anche se spesso non le si da il giusto spazio di tempo e studio.
Noi insegnanti abbiamo l’obiettivo di divulgare il sapere ai nostri allievi nel modo più semplice e intuitivo possibile, in modo che possano apprendere rapidamente e profondamente. Per fare questo necessitiamo di strumenti, tecniche ed escamotage adatti a raggiungere il nostro fine.
La musica è senza ombra di dubbio uno strumento didattico indispensabile ed efficace per questo scopo se ben utilizzata, ma come ogni strumento va conosciuta, studiata e pensata per i singoli obiettivi.
Per prima cosa è necessario conoscere la ritmica giusta di ogni esercizio per poter ricercare poi i brani adatti per ogni classe e assegnare loro il brano; esempio: per l’esercizio dei tendu ci vorrà un ritmo secco, scadenzato, possibilmente con battere e levare evidenti in modo da poter costruire un esercizio con diverse ritmiche interne. Una volta selezionati tutti i brani con queste caratteristiche bisognerà stabilire quale si adatta come stile a un’età piuttosto che ad un’altra.
Una volta fatto questo lavoro -in realtà contemporaneamente- bisogna fare una prima MAPPAURA MUSICALE per stabilire se il brano sia più o meno quadrato, onde evitare di dover diventare matti in fase di costruzione. E una volta che abbiamo selezionato tutti questi brani cosa facciamo Per fare un lavoro ordinato, i brani scelti vanno inseriti in playlist suddivise per gruppi –propedeutica modern, modern kids, modern avanzato, ecc- in modo da avere tutto pronto per ogni lezione.
La domanda viene spontanea però, dove trovo la musica da selezionare e dove faccio le Playlist.
I tempi dei cd sono ormai preistorici, tutto è diventato digitale e anche decisamente più comodo, quindi basta armarsi di pazienza, tempo, un pc e un paio di cuffie e si parte. La selezione può avvenire solo in base alla ricerca e ovviamente l’ascolto, quindi connettendosi alle principali piattaforme si inizia a cercare autori che ci piacciono per poi trovare correlazioni con altri. Tramite spotify, i tunes, youtube si ascoltano brani su brani e piano piano si selezionano e archiviano e poi in un secondo momento si riascoltano e si ordinano, per poi arrivare all’assegnazione.
Bisogna però fare attenzione alla qualità del suono della musica che scarichiamo. Infatti spesso la musica scaricata da youtube ha una pessima qualità che poco si percepisce in aula ma se viene poi inserita in un contesto teatrale si sente assolutamente la differenza con brani acquistati, è bene quindi imparare ad affinare l’udito per capire anche queste differenze.
Lavoro lungo… si, ma necessario per fare una lezione di qualità. Chi ha fatto il percorso di formazione IDA sa quanta importanza abbia la costruzione del riscaldamento sul brano musicale al fine dell’apprendimento didattico, se si impara questo metodo sarà molto più semplice insegnare le sequenze di esercizi e di conseguenza più rapido il processo di autonomia dell’allievo.
Un’altra questione riguarda l’impianto stereo e soprattutto l’amplificazione della musica durante le lezioni. l’ubicazione e la qualità delle casse in sala sistemate in sala per diffondere il suono richiedono uno studio effettuato da un fonico professionista che sappia calibrare echi e ritorni di suono, per avere una diffusione omogenea e corretta.
Molto spesso invece quando si apre una scuola si da molta importanza all’estetica e non alle questioni tecniche: pavimentazione e impianto stereo, un errore enorme per la qualità delle lezioni.
Tanto più la musica viene ben amplificata, quanto meno sarà necessario tenere il volume alto, evitando così inquinamento acustico, lamentele da parte di vicini e soprattutto dando agli allievi l’opportunità di imparare ad ascoltare la musica nel modo corretto.
Nel prossimo articolo parleremo delle scelte musicali per saggi e concorsi e anche degli strumenti tecnici per tagliare e modificare i brani. Buon lavoro…
Per i nostri uffici di Ravenna, ricerchiamo un/a Videomaker che dovrà realizzare contenuti video in studio di posa, registrazione e post produzione. Inoltre dovrà occuparsi di gestire gli ordini e l’approvvigionamento di una piattaforma di vendita on-line sia di contenuti video, sia di attrezzature.
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Per i nostri uffici di Ravenna, ricerchiamo un/a Responsabile Ufficio Stampa con esperienza di almeno 2/3 anni nella mansione.
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Nelle ultime settimane il mondo della danza è in subbuglio per l’annuncio pubblicato dall’agenzia spagnola danza.es per un casting commissionato dalla UEFA, ovvero una delle più ricche istituzioni sportive mondiali.
La ricerca è mirata a trovare 200 figuranti tra ballerini, artisti e studenti di teatro, che dovrebbero esibirsi su base volontaria, quindi senza alcuna retribuzione nella celeberrima finale di Champions League, che si terrà a Madrid allo stadio Wanda Metropolitano sabato 1° giugno alle 21.
La scandalosa proposta non è sfuggita al sindacato spagnolo ConARTE (Confederación de Artistas Trabajadores del Espectáculo) che è insorto, denunciando la richiesta all’ispettorato del lavoro spagnolo.
In risposta, i rappresentanti della UEFA hanno spiegato che l’intenzione sarebbe stata quella di «preparare un programma di intrattenimento breve e sfaccettato prima della partita» per il quale sarebbero stati assunti anche artisti professionisti «che verranno pagati di conseguenza, così come interpreti volontari di comunità locali che svolgono i ruoli meno impegnativi e di supporto».
Anche questo tentativo di giustificazione non fa che mettere in luce come la danza, in confronto agli sport, sia vista come un’attività di secondo ordine, che qualunque appassionato che si accontenta di pochi spiccioli (o di una pacca sulla spalla) può svolgere. Eppure, come ben sappiamo, l’arte della danza si coltiva con duro allenamento e molti sacrifici fin dall’infanzia, ed è inaccettabile che una proposta di esibizione gratuita arrivi proprio dal massimo organismo calcistico europeo, che per peggiorare la situazione specifica che il vantaggio consiste semplicemente nell’opportunità «di essere parte della finale della UEFA Champions League: un’esperienza unica nella vita».
Diversi ballerini e coreografi, così come l'Union of Actors and Actresses, si sono opposti pubblicamente all'offerta, perché il rischio maggiore è quello di creare un pericoloso precedente: se nemmeno un’istituzione sportiva milionaria è disposta a retribuire il lavoro di artisti della danza, chi vorrà investire in futuro in questa forma di intrattenimento? La danza è già sufficientemente penalizzata a causa della scarsa considerazione che ottiene in tema di investimenti e politiche culturali. Dal mondo dello sport e della cultura ci si aspetta maggior sostegno anziché favorire questa disparità di trattamento.
Realizzato grazie alla collaborazione tra IDA International Dance Association, Associazione Culturale Cantieri Danza, Iscom E.R e Compagnia Nervitesi progetti di teatro e danza, il Percorso di Danzautore Contemporaneo è giunto alla sua quinta settimana di lezione.
Giorni intensi, durante i quali i ragazzi hanno avuto modo di confrontarsi con esperti docenti in merito a diverse tematiche da tenere in forte considerazione per chi voglia fare dell’autorialità una vera professione.
Partiamo dall’inizio. Lunedì è salita in cattedra Agnese Doria, del nucleo redazionale del gruppo di osservatori e critici delle arti sceniche Altre Velocità, per un approfondimento sugli aspetti più importanti per uno spettatore che assiste ad una performance, con una lezione dal titolo “Lo sguardo obliquo: angolature possibili per guardare la danza”. Talvolta cambiare punto di vista, “mettendosi seduti in platea”, può rappresentare un ottimo esercizio per un autore che voglia migliorare il proprio processo creativo. L’atteggiamento da porci da spettatori, il modo in cui il nostro essere autori va a modificare il personale giudizio sullo spettacolo e come valutare una situazione nel processo di creazione stessa dell’opera sono tutti aspetti importanti che, secondo Agnese, andrebbero sempre ben valutati. “Abbiamo ragionato - ha spiegato - sulla spettatorialità e su quali siano le eredità che questa esperienza può portare nel momento della creazione artistica, visto che loro saranno autori e cre-autori di danza. In Italia sono tutti scrittori e nessuno legge e sono tutti autori senza interrogarsi su cosa voglia dire essere auditore. Porre l’attenzione e la consapevolezza sul ruolo dello spettatore, che in realtà è un lavorone, ti mette in gioco da un sacco di punti di vista”, ha concluso Doria.
Da martedì a giovedì il testimone è passato nelle mani di Francesca Pennini, coreografa e danzatrice professionista di Collettivo Cinetico, per un approfondimento sul suo personale linguaggio coreografico. “La mia volontà era di condividere gli strumenti di lavoro creativi della Compagnia e quindi di coinvolgere i ragazzi all’interno delle pratiche tipiche sia nei processi di ricerca sia di creazione dei contenuti”, spiega Francesca.
“L’intenzione - continua - era trasferire alcuni strumenti che potessero essere per loro come dei ‘contenitori vuoti’ da riempire, adattabili alle diverse situazioni”. Francesca si riferisce a precisi “dispositivi”, come per esempio un sistema di mobilità random in diversi momenti della quotidianità, oppure un meccanismo di creazione usato anche per i loro spettacoli, che funziona come un gioco da tavolo, chiamato Cinetico 4.4.
Nella didattica di Francesca non è previsto il mero insegnamento di uno specifico linguaggio autoriale proposto tal quale, quanto piuttosto la comunione di punti di vista e interrogativi rispetto alla visione di un momento specifico, del processo di creazione e dell’azione stessa. “Un'osservazione da diversi punti di vista in base ai differenti ruoli di coreografo, autore, performer, danzatore, spettatore e testimone, per capire come si possono mescolare e mettere in discussione all’interno dell’intero processo formativo”.
Una metodologia molto apprezzata anche dai ragazzi, che “hanno reagito molto bene, con grande curiosità e desiderio di comprendere, per non rimanere ancorati a un solo punto di vista”. Il corso ha rappresentato un’occasione di crescita anche per la stessa Francesca Pennini: “Dal confronto è emersa una diversità sinergica e costruttiva. Spesso gli interrogativi che mi venivano posti erano di una puntualità 'imprevista', su certi aspetti per me scontati, che hanno richiesto da parte mia un’analisi più approfondita, costringendomi a nuove scoperte”.
Nella giornata di oggi, spazio al tradizionale appuntamento del venerdì con l’Anatomia Esperienziale in Movimento con l’osteopata e fisioterapista nonché docente IDA Rita Valbonesi e al seminario di “Tecniche di drammaturgia” con Enrico Pitozzi, studioso di arti performative e professore dell’Università di Bologna.
Una giornata nella splendida cornice del Centro Studi La Torre, trentadue allievi provenienti da tutta Italia, di età compresa tra i 15 e i 40 anni, e due giovanissimi danzatori e coreografi con un importante trascorso nelle fila della compagnia londinese Wayne McGregor Company, James Pett e Travis Clausen-Knight: sono questi gli ingredienti per un seminario di successo targato IDA.
“Siamo molto soddisfatti del lavoro svolto, abbiamo avuto la possibilità di lavorare molto intensamente in quanto il livello della classe era elevato e il talento di alcuni di loro era evidente”, hanno dichiarato i due danzatori.
La giornata di domenica 28 aprile si è composta di tre momenti in particolare: una prima ora e mezza dedicata a una lezione di danza contemporanea tenuta da Pett, una seconda parte in cui il gruppo di allievi ha studiato un assolo di Travis tratto dallo spettacolo “Informal between” (presentato per la prima volta a dicembre al Saddler’s Wells di Londra riscuotendo un ottimo successo della critica, ndr.) e il pomeriggio riservato alla composizione coreografica, interpretata dai due insegnanti come un momento di scambio, volto alla rielaborazione di proposte coreografiche integrandole con materiale creato dagli allievi stessi. “Per noi questi confronti hanno un valore importantissimo e sono fonte di ispirazione per la nostra arte. Contaminazione è una delle parola chiave che guidano il nostro percorso”.
In questo senso particolarmente interessante è stata la performance di sabato 27 aprile al Marina Summer Festival di Marina di Ravenna, dove Pett e Travis hanno danzato sul palco insieme ai Banana Boat, la cui proposta musicale spazia dal soul al reggae fino al calypso blues primitivo e spirituals religiosi. “Abbiamo presentato un restage del nostro materiale all’interno di una circostanza prettamente popolare adattandolo a suoni soul, raggae e blues. Per noi riuscire a integrarci in un contesto differente dal nostro è motivo di crescita e stimolo”, spiega Pett che aggiunge: “Ho trascorso dei giorni molto belli a Ravenna, ora siamo pronti a partire per Tokio, in Giappone, dove portiamo l’ultima nostra produzione, Elevation. A luglio tornerò in Italia come docente alla Campus Dance Summer School 2019 di IDA. Devo ammettere che non vedo l’ora!”, ha concluso.
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