Un curriculum lunghissimo, una vita passata tra teatri, palazzetti, stadi e studi televisivi. Un percorso di lavoro che lo ha portato a soli 13 anni ad essere protagonista del musical Gianburrasca. Ha partecipato alle più famose trasmissioni televisive italiane, ha collaborato con Elisa e Alessandra Amoroso, ha seguito in tour cantanti come Laura Pausini, Troye Sivan e Charlie Xcx “SWEAT” e da dodici edizioni è ballerino professionista nel programma Amici.
Simone a breve sarà di nuovo tempo del serale di Amici…
Come ballerino professionista del programma ti piace di più la parte dimostrativa o la parte di spettacolo quando c’è il serale della trasmissione?
Per la mia personale esperienza il serale è ovviamente un momento molto particolare e di grande fioritura, nel senso che, partendo da uno studio molto piccolo, circolare, come se ti abbracciasse, risulta poi molto diverso l’approccio nello studio del serale.
Per il mio gusto e per quello che ho vissuto in questi dodici anni il pomeridiano è sempre stato però il mio momento preferito soprattutto per quanto riguarda la performance in sé e per sé; anche se il serale, lo ammetto, è un momento di spettacolo “assurdo” in particolare per l’importanza che ha nel palinsesto televisivo e per l’impegno da parte del programma di valorizzare questo tipo di arti che, purtroppo, sono spesso ancora “indietro” nella valorizzazione sociale. Per me il momento più bello del serale rimane il momento in cui c’è lo spettacolo e vedo i ragazzi che fioriscono e crescono (se riescono) perché tra la prova e la performance c’è una notevole differenza.
Come professionista aiuti anche i ragazzi nel quotidiano?
Dipende dal ruolo che hai. Se sei solo danzatore o coreografo, oppure hai tutti e due come nel mio caso, capita di aiutarli. Ovviamente “standoci in tanto” contatto mi capita spesso di dargli dei consigli e correggerli.
Ho visto un post che hai scritto l’anno passato sui danzatori della scorsa edizione. In che modo i ballerini professionisti si interfacciano con i ragazzi della scuola.
All’interno della scuola l’approccio è, ovviamente, solo professionale ma “dato che siamo in un contesto in cui si fanno tante ore di lavoro e mantenere il focus non è facile” può capitare che i ragazzi si aprano e abbiano voglia di sfogarsi e noi cerchiamo di ascoltarli di supportarli. Se l’emotività prendesse il sopravvento entrerebbe in gioco un rapporto più personale che non riguarda la danza e il lavoro diventerebbe complicato. Poi, chiaramente, quando stai molto tempo con i ragazzi ti affezioni… quello è inevitabile. Come è capitato con Daniele Doria: con lui si è creato da subito un feeling particolare. Io e Daniele abbiamo avuto un imprinting molto diretto e molto forte perché probabilmente il suo background artistico era molto simile al mio comprendeva molto la mia danza e rappresentava molto bene il mio modo di vedere la danza… quando danzavamo insieme sembravamo la stessa persona.
Mi sembra che te e Daniele vi assomigliate anche nel vivere la danza come espressione emotiva di voi stessi. Che cosa ne pensi?
Assolutamente si. E poi ci sono tanti modi di dimostrare la sensibilità. Ad esempio Daniele è proprio uno di quelli che non si lascia trasportare dalle emozioni ed è una delle cose che mi ha più sconvolto riguarda lui perchè è molto giovane e ha fatto un percorso eccellente, soprattutto nel serale. Non è facile stare sotto pressione quando ci sono critiche che ti possono anche buttare giù e lui non si è mai lasciato abbattere da quel tipo di considerazioni e ha sempre lavorato con la stessa intensità.
Ti piace quindi il rapporto con i ragazzi più giovani? È nelle tue corde insegnargli?
A riguardo è cambiato molto il mio pensiero perchè sono un pò “perfettino” e un pò “rompiballe” da certi punti di vista e non solo sugli altri ma anche su me stesso sono molto critico, non mi piaccio quasi e non mi riguardo quasi mai salvo rari casi. Per questo in generale posso essere anche un pò “pesante” non solo con me stesso ma anche con gli altri. Inizialmente non mi sentivo all’altezza di insegnare perché per me un maestro è qualcuno che ha un certo tipo di esperienza e che con tutta quell’esperienza può darti un consiglio, consigliarti una strada che sa che è giusta. Pian piano però, anche se io ho sempre amato di più ballare e stare io in scena, è cresciuto dentro di me l’amore verso l’insegnamento e la coreografia. Anche come coreografo oggi mi sento molto più sicuro e adesso ho abbracciato questa parte del mio lavoro, la amo molto e mi da soddisfazione.
Quindi ora ti dedichi anche alla coreografia?
Nel programma lo faccio già da qualche anno, poi mi è anche capitato di fare le coreografie dei David di Donatello di due anni fa e di farle anche per gala e laboratori coreografici.
E cosa ti piace di più nei momenti in cui insegni?
Quello che ti restituiscono i ragazzi. Quando ho iniziato ad insegnare spesso stavo male perché a volte capitava che i ragazzi fossero in difficoltà quando facevano la mia lezione. Lo stile che insegno, venendo dal classico, è molto tecnico e mi piace soffermarmi sui movimenti per pulirli. Anche i ragazzi oggi sono cambiati e “spesso” faticano a fare qualcosa di nuovo, volendo rimanere nella loro zona di confort, ma io durante le lezioni cerco di parlargli e di spronarli. Poi spesso non sono concentrati in quel momento… perché oggi è tutto molto veloce: vuoi una cosa? eccola; vuoi un balletto? eccolo. E quando devi fare il tik tok e ci hai messo solo 10 minuti ad imparare una coreografia e ti vedi bene è semplice e ti stai divertendo e ti chiedi perchè mi devo“spaccare” la schiena per un’ora e mezza per imparare un salto.
Differentemente io da piccolo ero un animale “affamato”: più mi correggevano e più ero invogliato a fare e andare avanti.
Quando hai capito che la danza sarebbe diventato il tuo lavoro?
Subito. Quando ero piccolo ho fatto praticamente tutti gli sport (nuoto, judo, calcio, etc..) poi a dieci anni mia mamma mi ha portato a fare una lezione di danza per disperazione perchè ogni sport che intraprendevo poi mi stancava. Quando sono entrato ho pianto perché erano tutte bambine poi, dopo la lezione, sono uscito e mi ricordo di aver detto a mia mamma: “Io farò il ballerino da grande!”.
Complimenti!
Si… è stato un amore a prima vista.
E tua mamma come ha commentato questa tua esclamazione?
Lei ci sperava. Abbiamo dei video in cui avevo due anni e ballavo nel box durante il programma televisivo Non è la Rai: facevo le mosse con i capelli, mi giravo… ero propenso diciamo! Poi ho sempre cantato sin da piccolo e ho sempre avuto un’attitudine verso l’arte. Mia mamma è sempre stata la mia più grande fan perchè anche lei è un’amante di questo mondo.
In un’intervista del 2016 hai dichiarato che ti saresti dovuto togliere “un pò di casino dalla testa”. A distanza di 10 anni come si sente oggi Simone?
Grazie innanzitutto per avermi ricordato questa dichiarazione perché soprattutto in questo momento della mia vita è molto inerente.
Si… Sto cercando di schiarire. C’è sempre tanta nebbia nel mio cervello perché sono una persona che pensa molto e si interroga molto su se stesso, ma questo, ad oggi, credo sia uno dei miei migliori pregi. Se sono riuscito anche ad avere determinati risultati a livello ballettistico è stato proprio perché mi sono sempre sentito un passo indietro e non mi sono mai sentito “arrivato”. Mi sono sempre messo in discussione e dal punto di vista lavorativo e questa parte di me oggi mi soddisfa molto perché mi ha permesso di fare moltissime e diverse esperienze. Anche se sono consapevole che “dal punto di vista personale” mi ha creato tanti problemi essendo stato sempre molto insicuro e avendo avuto un’infanzia difficile.
Dal punto di vista personale ora ti senti un po’ più risolto avendo raggiunto questa consapevolezza?
Sicuramente se non avessi avuto alcune problematiche nella mia vita, non so come sarebbe stata la mia vita e questo mi ha afflitto per un pò di tempo... ero un pò arrabbiato però, ovviamente, non si sceglie il percorso familiare che ti capita.
Ad oggi posso dire che non mi sento risolto (quello no assolutamente) ma sento di conoscermi di più rispetto a prima e oggi credo di essere la versione più autentica di me stesso.
Hai mai pensato che il tuo lavoro avesse meno valore di altri lavori, dato che sei riuscito a darti una pacca sulla spalla e dirti solo bravo quando hai calcato i palchi americani nel 2024, come hai dichiarato tu stesso sui social?
Si è vero…
Quindi oggi quella pacca sulla spalla la senti ancora vera, attuale?
Me la do ogni giorno. Ho capito che va fatto e che serve per non sentirsi mai arrivati e cercare sempre di andare avanti. Bisogna riconoscersi in ciò che si fa ogni giorno e non bisogna aspettarsi che lo faccia qualcun altro altrimenti diventa una dinamica non sana.
Sui social vedo un ritratto di te che spazia tra vita pubblica e privata con estrema sensibilità e attenzione. Mi ha meravigliato questo tuo aspetto di entrare in punta di piedi nel racconto della tua vita che non è assolutamente scontato. Come vive Simone l’esposizione mediatica?
Ho sempre fatto fatica a farlo e forse non mi appartiene molto perché sono una persona molto riservata da questo punto di vista e poi mi ha sempre affascinato l’idea che il mio lavoro e la mia arte parlassero per me. Tuttavia so anche che il lavoro che faccio è difficile perché non è un mezzo di comunicazione così diretto, specie in Italia.
Con il tempo ho anche capito l’importanza di questo strumento e che se lo utilizzi per dire qualcosa penso che devi pensare a come dire quello che pensi e soprattutto a che messaggi vuoi dare. A volte mi sono trattenuto nel parlare ma credo che a dire la propria opinione non ci sia niente di male perchè sono un danzatore e posso dare la mia opinione su quello che mi sta a cuore. E’ strano se ci pensi… Siamo noi ad aver dettato le regole di come ci piaceva usare questo mezzo, ma allo stesso modo demonizziamo le persone che lo utilizzano: un controsenso (n.d.r. ride!).
Hai fatto tantissime esperienze dal teatro al piccolo schermo, se c’è, quale è il palcoscenico che ti ha soddisfatto di più ad oggi?
Sono stato uno di quei bambini cresciuti con il sogno americano. L’America, le pop star, quando ero piccolo traducevo le canzoni… Quindi il palcoscenico che mi ha soddisfatto di più ad oggi è essere stato per due giorni al Madison Square Garden... per me è stato un sogno. Poi la mia migliore amica è inglese quindi anche grazie a lei ho parlato bene questa lingua e ho imparato anche altre tre lingue ed è una delle cose di cui vado più fiero perchè mi piace tantissimo. La cosa più “grande” che ho fatto però è stato ballare, per due anni consecutivi nel 2024 e nel 2025, nel tour mondiale dei cantanti Troye Sivan e Charlie Xcx “SWEAT”, al Primavera Sound a Barcellona davanti a 60.000 persone: un’emozione indescrivibile! Quando sono uscito di scena il cuore non si fermava: è stata l’esperienza più bella della mia vita!
Sono curiosa. Come hai fatto ad imparare le lingue? Sei autodidatta?
Ho un dono nella pronuncia. L’inglese l’ho imparato sia a scuola che con la mia amica e l’aiuto di sua mamma, madrelingua. Il francese l’ho imparato grazie ad un’altra mia amica del liceo, anche lei madrelingua; lo spagnolo l’ho imparato sempre da solo perché ho avuto una relazione con una persona sudamericana per tre anni e posso dire che questa è anche la lingua che parlo in modo più fluente anche se non capivo nulla all’inizio. Pensa che oggi addirittura mi capita di pensare in spagnolo e non in italiano.
Avere questa competenza ti avrà aiutato nella tua carriera…
Senz’altro conoscere l’inglese per me è stato un grande aiuto quando ho lavorato fuori, però lo è stato ancora più a livello umano perché mi ha permesso di non vivere situazioni con disagio, di scherzare, di farmi conoscere. Sai, dicono, che quando conosci veramente una lingua è quando puoi ridere con quella stessa lingua.
A chi ti senti di dire grazie per aver potuto fare questo lavoro?
A mia mamma.
E a livello professionale c’è un Maestro che ti senti di ringraziare?
Non uno in particolare perché mi hanno dato tutti nello stesso modo; anche perché io ho sempre avuto un approccio molto stacanovista e quando capivo che era il momento di andare, cambiavo e passavo ad un livello successivo. Quindi mi sento di ringraziare tutti i Maestri che ho incontrato, dal primo all’ultimo, che hanno creduto in me e mi hanno insegnato veramente.
Però aspetta… devo cambiare idea!
Una persona che mi ha veramente cambiato è stata Alessandra Celentano perché il lavoro che ho fatto con lei ad Amici mi ha veramente dato qualcosa in più: avere una buona tecnica, un buon movimento, essere davvero un bravo professionista.
è difficile raggiungere quell’obiettivo perché, pur partendo da una buona tecnica classica, non ero un ballerino classico quindi Alessandra ci ha preparati anche a fare le dimostrazioni per i ballerini classici (e ce ne sono stati eccellenti nel programma negli ultimi anni).
E quando ero in sala con lei, nonostante fossi un professionista, avevo 20 anni ed ero più piccolo anche dei ragazzi selezionati, ero un allievo come gli altri e lì mi ha trasferito una pulizia e una qualità che non avevo e questo ha determinato uno switch nella mia professionalità. Alessandra è una delle persone che abbia mai conosciuto che più ama questo mestiere, vive per la danza e lo fa in modo molto puro, molto sano.
Mi ha sempre colpito del programma proprio il ruolo dimostrativo dei professionisti che fa vedere come Amici sia una scuola e come sia diversa la professionalità che arriva quando la danza diventa un lavoro.
Per un pò di tempo non c’è stato, ma quando sono tornato ad Amici è stato l’anno in cui è stato reinserito nuovamente. Credo che sia giusto soprattutto perché il programma parla ad un pubblico non di professionisti ed è giusto poter far comprendere alle persone di cosa si parla quando si parla di tecnica. Davanti allo schermo, a casa, non ci sono solo ballerini (anzi) e questo aiuta a sostenere che la danza è di tutti non solo degli addetti ai lavori o di chi la danza la pratica.
Cosa vorresti fare domani che non hai fatto fino ad ora?
Nella danza ad oggi ho fatto tutto (n.d.r. ride con orgoglio!). Ho ballato in compagnia, ho fatto musical, teatro, televisione e sono contento di essere riuscito a ballare in un tour mondiale con dei cantanti che era un mio sogno e mancava tra le mie esperienze.
Fino a quando vorrai fare il ballerino?
Ma io sarò sempre un ballerino, non smetterò mai di esserlo! A livello fisico non so però dirti quando il mio corpo mi abbandonerà! Oggi quello che vorrei fare è però completamente altro: mi piacerebbe tantissimo approfondire il canto e la recitazione, cantare e fare cinema. Mi affascina molto anche unire la recitazione alla danza come con il teatro/danza.
Ti metterai di nuovo a studiare quindi?
In realtà ho già iniziato. Ho fatto un corso di recitazione, ho preso lezioni di canto e poi faccio tante altre cose che non c’entrano con il mio lavoro: ho iniziato kung fu, vado a cavallo. Mi piace conoscere cose nuove e scoprire quante più cose possibili. ⬢
A MAGGIO IN ITALIA PER FESTEGGIARE I 100 ANNI DALLA SUA NASCITA
Dopo la precedente esperienza del Dance Group, nel 1926 Martha Graham ha fondato la celeberrima compagnia di danza che porta il suo nome. La Graham è riconosciuta come una delle forze artistiche più importanti del ventesimo secolo accanto ad artisti come Picasso, James Joyce, Stravinsky e Frank Lloyd Wright. Nel ‘98 il Time l’ha nominata “ballerina del secolo”, People l’ha inserita tra le icone femminili del secolo e il Washington Post l’ha definita “una delle sette meraviglie dell’universo artistico”.
Sebbene siano ampiamente conosciute le sequenze tecniche relative a Contraction and release e Fall and recovery, meno nota è, forse, la concezione estetica alla base della tecnica creata da Marta Graham.
Graham vedeva nel respiro la massima concentrazione dell’energia vitale dando vita ad un flusso continuo attraverso una danza incentrata sull’equilibrio di forze complementari. Ogni movimento prende origine dal bacino e il suo ricorso alle cadute studia l’effetto della gravità sul corpo. Nel valorizzare il peso fisico e l’energia corporea, la danza della Graham si distanzia nettamente da quella classica, che vuole invece il ballerino leggero e privo di peso.
La danza per Graham è uno strumento fondamentale per esprimere la propria visione del mondo e secondo lei l’espressione corporea deve liberarsi da ogni sovrastruttura creata dalla società per avvicinarsi al movimento naturale.
Movimento naturale che, tuttavia, non deve prescindere dal fatto che il corpo deve essere allenato e formato dalla disciplina: “il suo scopo è arrivare comunque a una spontaneità del movimento al quale si arriva solo grazie all’allenamento e alla disciplina non uno slancio incontrollato, ma la conquista cosciente di un nuovo linguaggio attraverso un metodo preciso… Il corpo non è già da sempre sincero, ma impara a diventare sincero attraverso anni di studio e allenamento” (Caterina Piccione).
Con una storia lunga 100 anni è spontaneo chiedersi se la poetica della fondatrice sia ancora in linea con i tempi e se la Marta Graham Dance Company riesca ancora ad innovarsi pur portando avanti un repertorio appartenente al secolo scorso. Oggi la compagnia continua a promuovere lo spirito e l’ingegno di Martha Graham abbracciando una nuova visione di programmazione che mette in mostra i capolavori di Graham insieme alle opere di recente commissionate ad artisti contemporanei ispirate all’eredità della Graham con programmi che uniscono il lavoro di coreografi di ogni epoca all’interno di una ricca narrazione storica e tematica. La Compagnia sta lavorando attivamente per creare nuove piattaforme per la danza contemporanea e molteplici punti di accesso per il pubblico.
In merito Janet Eilber, attrice e direttrice artistica della Compagnia, si è espressa in questi termini: “Circa dieci anni fa ci siamo chiesti chi saremmo diventati senza Martha Graham. Dopo la sua morte (nel 1991 n.d.r.) abbiamo attraversato tutti una fase di introspezione in cui ci siamo chiesti cosa saremmo stati in grado di offrire al pubblico e perché il pubblico sarebbe dovuto venire a vederci. Quindi, ho spiegato ai membri della compagnia che, sebbene debbano seguire una mappa coreografica già scritta molti anni fa, hanno il compito di trovare la chiave d’accesso alle loro emozioni, di farle emergere e di riversarle nel proprio lavoro proprio come Martha voleva che agisse ogni ballerino”.
Dopo un tour nazionale e internazionale, iniziato a novembre 2025, la Martha Graham Dance Company approderà in Italia a maggio 2026.
Dopo cinquantuno anni dalla sua ultima apparizione a Venezia la compagnia sarà ospite tra il 6 e il 10 maggio al Teatro La Fenice, mentre il 12 maggio sarà al Teatro Comunale di Modena. Il programma previsto per il centenario si concentra sulle opere psicologiche di Graham, sui suoi poliedrici personaggi femminili e sulla sua lunga collaborazione artistica con il celebre artista visivo Isamu Noguchi. In scena tre creazioni originali del repertorio di Marta Graham: Diversion of Angels (1948), Lamentation (1930) e Chronicle (1936) affiancati da Imagine, una nuova produzione con un brano musicale di Leonard Bernstein recentemente scoperto, arrangiato da Christopher Rountree e firmato dalla coreografa Hope Boykin, due volte vincitrice del Bessie Award e danzatrice per oltre vent’anni con l’Ailey American Dance Theater. ⬢
BIBLIOGRAFIA: Piccione, Caterina (2022). «In noi scorre un sangue millenario, con i suoi ricordi». L’autobiografia di Martha Graham come forma della poetica. Danza e Ricerca. Laboratorio di Studi, Scritture, Visioni, 14 (14), 91–108.
MARTHA GRAHAM SCHOOL
La più antica scuola di danza professionale degli Stati Uniti, sarà presente alla XXI edizione di Expression International Dance Competition
Appena un anno dopo la nascita della Compagnia, Martha Graham fonda la Martha Graham School che è l’unica scuola a concentrarsi principalmente sulla tecnica e sul repertorio della sua fondatrice. I corsi sono condotti da docenti che sono membri attuali o ex membri della Martha Graham Dance Company e che si sono formati con la stessa Martha Graham o con i suoi allievi di prima generazione. I ballerini che hanno studiato alla Graham School hanno intrapreso carriere di danza professionistica con la Martha Graham Dance Company, la Paul Taylor Dance Company, la Jose Limón Dance Company, il Buglisi Dance Theatre e la Battery Dance Company, oltre che a Broadway e con altre compagnie in tutto il mondo.
In occasione del Concorso internazionale Expression International Dance Competition la direttrice della scuola, Ashley Brown, consegnerà due prestigiose borse di studio che copriranno tutti i costi: una a livello adulto (OVER) e una a livello giovanile (JUNIOR) nell’ambito del Teens Summer Intensive che si svolgerà a New York a luglio 2026.
Ashley Brown è consulente presso la Juilliard School nella divisione K-12, in precedenza è stata coordinatrice di danza K-12, istruttrice di danza alle scuole superiori e responsabile del 9° anno presso la rete Prospect Schools Charter. Ha collaborato con Shining Light, un’organizzazione che organizza workshop sull’impatto delle arti nelle strutture carcerarie. Nel 2019 ha coreografato e messo in scena “BARS: You See Boundaries, I See Freedom” per TEDxColumbiaUniversity. Tra i suoi altri riconoscimenti, la direzione artistica della produzione Off Broadway di “PRINZE: The One Man Show” allo Sheen Center di New York e la regia di BT Dance per 8 stagioni. Nel 2020 ha aperto una società di gestione della produzione, Heartworks Productions.
Da diverso tempo ormai il Pilates, nato negli anni ‘20 del ‘900 in America, è molto praticato e diffuso anche tra i vip. Tuttavia, negli ultimi anni, si è sempre più diversificato ampliando il suo spettro di proposte così come la disciplina del pilates barre che propone un melting pot tra pilates, danza classica e fitness utilizzando lo strumento principe utilizzato dai ballerini di danza classica per il proprio riscaldamento quotidiano: la sbarra.
Le moderne tecniche di allenamento alla sbarra si devono proprio ad una ballerina: la tedesca Lotte Berk. A seguito di un infortunio alla schiena Berk ha combinato il suo protocollo di allenamento con la riabilitazione. Negli anni ‘70 il suo programma divenne molto popolare a New York combinando il lavoro di barre tipico della danza classica con esercizi specifici per rafforzare i muscoli addominali e della schiena creando lezioni energetiche, l’introduzione di posizioni di danza, esercizi per le classi di fitness e la strutturazione di un protocollo di allenamento tutto femminile, che comprendeva anche un’attenzione particolare al pavimento pelvico.
Ma a cosa deve il suo successo il Pilates barre che sta andando per la maggiore tra Dubai, Londra, Berlino e gli States?
Il Pilates Barre, pur nascendo come pilates per migliorare le performance dei ballerini, è adatto a chiunque voglia lavorare sulla muscolatura profonda e posturale. Oltre a definire e allungare la muscolatura di gambe, glutei, addome e braccia il Pilates barre aiuta a correggere gli squilibri posturali e a migliorare l’allineamento del corpo, incrementa l’elasticità e la mobilità articolare, migliora la coordinazione e la consapevolezza del proprio corpo nello spazio, migliora la circolazione linfatica, il rapporto tra massa magra e grassa e migliora anche l’umore essendo una disciplina meno statica rispetto al pilates “classico”.
In questa disciplina l’allenamento si svolge prevalentemente in piedi, sia al centro sia con l’appoggio della sbarra utilizzata come supporto e ausilio all’equilibrio.
Si eseguono esercizi come plié, affondi e leg circles, che rinforzano e tonificano gambe, glutei e addominali, ma anche dorsali e braccia, sulla falsariga di una lezione per ballerini, reinterpretata in chiave più fitness. Molti esercizi si svolgono in isometria (in posizione statica) attivando anche i muscoli profondi dai quali dipende l’equilibrio e la musica guida i movimenti, rendendo l’allenamento armonico, tonificante e divertente.
Il Pilates barre è praticato in “casa” IDA e FIF già dal 2017 grazie all’apporto di Elisabetta Cinelli che ha dato avvio ad un programma di specializzazione di questa disciplina creando un suo personale metodo che propone un profondo legame con il ritmo musicale. Nel suo metodo infatti, a differenza di altri, la musica non è un semplice sottofondo ma viene utilizzata per scandire il tempo, la velocità e il ritmo nell’esecuzione della routine. ⬢
Sei un insegnante di pilates, un insegnante di danza o un insegnante di discipline musicali? Il Corso di formazione per insegnante di Pilates Barre promosso da Ida e condotto da Elisabetta Cinelli è il corso giusto per te!
Il corso si svolgerà questa estate presso il Centro Studi La Torre a Ravenna il 4 e il 5 luglio e un assaggio lo potrai provare dal 20 al 22 febbraio a Danza in fiera.
Il corso è riconosciuto dal MIUR a seguito della direttiva ministeriale 21/03/2016 n. 170 con delibera dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna, da Ida-Asi-Coni per gli adempimenti previsti dalla Riforma dello Sport e può essere acquistato con la “Carta del docente”.
Per maggiori informazioni e iscrizioni: formazione@cslatorre.it
Elisabetta Cinelli inizia a studiare pilates in Italia nel 1999, in una delle più prestigiose scuole riconosciute a livello internazionale. Nel 2006 si certifica a Madrid alla scuola di Teresa Pastor nel Pilates Fusion. Ogni anno si reca a New York entrando in contatto sia con scuole tradizionali sia con scuole più “moderne”, prediligendo la formazione di Ellie Herman. Attualmente tiene corsi di formazione in Italia e in altri paesi europei, facendo appassionare al Metodo centinaia di persone diverse con il suo stile ”Made in Cinelli”.
LA DANZA ESPLORA LO SPORT CON IL SUO LINGUAGGIO
Lo sport che sempre di più serpeggia tra le notizie di grande attualità su giornali e tabloid porta alla nostra attenzione vittorie, sconfitte, attacchi mediatici e liaison amorose. Anche la danza si è accorta del linguaggio e dei significati che porta con sé lo sport dei giorni nostri curandone una sua particolare visione attraverso il linguaggio del corpo e del movimento.
Marine Colard e Moritz Ostruschnjak, due coreografi di respiro internazionale, in questi ultimi due anni si sono dedicati alla riflessione sullo sport attraverso due spettacoli di danza che hanno portato in scena da un lato il commento sportivo e il suo lato agonistico, dall’altro la sottile linea di confine che esiste tra tifo, politica e protesta. Da un lato una modalità di racconto attraverso il corpo e la voce teatrale; dall’altra l’utilizzo della danza, della musica e del video. Il primo attraverso due protagonisti, il secondo con un racconto corale.
Marine Colard, attrice, coreografa e danzatrice, nel 2017 ha fondato Petite Foule Production, creando spettacoli che intrecciano movimento e narrazione con cui ha prodotto anche il suo secondo lavoro: Le Tir Sacrè. Nello spettacolo in scena un duo al femminile che gioca con la musicalità del commento sportivo unendo coreografia, testi ed esplorando le gesta sportive attraverso il commento sportivo.
La coreografa, affascinata dalla frenesia che attanaglia i giornalisti alla minima partita, trasforma il commento sportivo nella colonna sonora di una coreografia atletica e indaga il rapporto tra la postura di eccellenza e la prestazione dell’atleta e l’aspetto drammatico ed esuberante del commento del giornalista. Lo spettacolo è un’escalation alla ricerca di performance sempre più grandi e di emozioni sempre più intense in cui lo spettatore arriva a chiedersi: fino a quanto lontano si possono spingere le due artiste in scena? Le due danzatrici gridano con esuberanza fino a raggiungere la voce roca, si lanciano in pose olimpiche, evocando il nuoto, il sollevamento pesi, la scherma e persino lo sci alpino. In questa esplorazione dei legami tra la posta in gioco coreografica e quella testuale, le prodezze gestuali vanno di pari passo con l’appassionata escalation dei commentatori (si può dire, spesso ridicoli?) nella loro propensione all’eccessivo entusiasmo del racconto sportivo.
Le Tir Sacrè è uno specchio della competitività insita nella nostra società, quella che ci spinge a superare noi stessi, ad andare sempre più in alto, più veloci e più forti in modo quasi millimetrico. Movimento coreografico e telecronaca si fondono per esplorare il legame tra gesto atletico e narrazione enfatizzando i corpi in movimento e accentuando o minimizzando lo sforzo profuso. Il commento sportivo, una volta estrapolato dal suo contesto, si rivela divertente, tragico e, a tratti, persino toccante portando in luce, indirettamente, anche importanti tematiche come sessismo, razzismo, omofobia, misoginia e nazionalismo.
Sulla connessione tra il tifo fanatico nel mondo dello sport e le forme di protesta politica, ha invece indagato Moritz Ostruschnjak. Il coreografo, con base a Monaco, proviene dalla scena sprayer e ha sviluppato il suo interesse per la danza contemporanea attraverso la breakdance, formandosi anche con maestri come Maurice Béjart. Il coreografo freelance, classe 1979, ha già al suo attivo tredici produzioni originali.
Il suo spettacolo Non + Ultras è stato pensato per 8 danzatori e 500 sciarpe.
Le sciarpe in scena, tra le più disparate, vengono usate dai danzatori nella maniera più differente portando sul palco un accumulo di simboli, motti di provincia e slogan globali. Le sciarpe da tifoso possono essere maschere, bandiere, tappeti di preghiera o perfino armi dando vita ad un paesaggio in continua trasformazione: “i colori che vestiamo sono simboli ineludibili. Ma ci illudiamo che siano per sempre. E invece ogni giorno finiamo per uscire di casa con venti sciarpe diverse, siamo un fascio di sciarpe che cammina… Qualcuna la sfoggiamo con più orgoglio. Di qualcun’altra ci vergogniamo…” (Fabrizio Gabrielli - siamomine.com). Sul palco tableaux vivants, minimalisti e simbolici, scene pantomimiche si alternano a coreografie di gruppo espansive e chiassose dove i gesti quotidiani, i campionati dalle immagini brulicanti di riprese da stadio e passi di danza urbana vengono utilizzati per creare un una scena a tratti caotica ma in continua metamorfosi.
Intorno ai danzatori, vestiti solo in jeans e t-shirt, un flusso di immagini e suoni: inni da stadio, video di partite, video che combinano riprese di stadi da Monaco al Cairo, propaganda sportiva nordcoreana, elettronica iraniana, Beethoven, anime giapponesi, immagini di rivolte, mascotte e bengala.
Con Non + Ultras Ostruschnjak alterna isolamento e collettività, silenzio e sovraccarico sensoriale, costruendo un’esperienza fisica e visiva che dissolve i confini tra sport, cultura pop e una società che si infiamma e si frantuma, mentre il corpo diventa spazio di scontro o di pura festa. Un intreccio di danza, video e musica in un vortice di significati simbolici che permette anche alla realtà di irrompere nello spazio teatrale richiamando la logica dei social media dove il culto delle icone si intreccia con le tensioni politiche puntando i riflettori su una società che si arrende al potere delle immagini, rende omaggio a star e populisti indistintamente ed è inconciliabilmente polarizzata. ⬢
La danza accompagna l’umanità da sempre, ma nei momenti di crisi assume una funzione diversa: smette di essere solo spettacolo e diventa resistenza. Quando il linguaggio si incrina, quando la storia sembra farsi troppo pesante, i corpi continuano a muoversi, spesso in segreto, spesso contro il divieto. In quei contesti significa dire “sono ancora qui”, anche quando tutto spinge al silenzio.
Nelle comunità tradizionali la danza ha avuto a lungo il compito di tenere insieme persone minacciate da guerre, migrazioni forzate e persecuzioni religiose. Le danze popolari, tramandate di villaggio in villaggio, non servivano solo a celebrare un raccolto o una festa, ma custodivano lingue, gesti, simboli che i poteri centrali cercavano talvolta di cancellare. Continuare a danzare, nelle piazze o nei cortili, era un modo per dire che quell’identità non era negoziabile. I passi si ripetevano di generazione in generazione come una password silenziosa: se conosci questa danza, allora appartieni a questa storia.
La resistenza della danza emerge con forza anche quando il potere politico prova a disciplinare i corpi. In epoche diverse, regimi autoritari hanno controllato o vietato balli ritenuti pericolosi, perché capaci di mescolare classi sociali, generi, comunità. Eppure, proprio la proibizione ha spesso alimentato circuiti sotterranei: sale da ballo improvvisate, feste clandestine e raduni notturni dove il semplice atto di muoversi a ritmo diventava disobbedienza. In quei luoghi la danza non era più un intrattenimento leggero, ma un gesto collettivo di libertà: il corpo si rifiutava di piegarsi all’ordine imposto e cercava un tempo proprio, un respiro condiviso diverso da quello dettato dal potere.
C’è poi una forma più intima di resistenza, che si gioca nella biografia di ciascuno. Per chi vive discriminazioni, traumi, malattie o marginalità sociale, la danza può diventare uno spazio di ricostruzione. Allenare il corpo, imparare una sequenza, riuscire in un salto che sembrava impossibile: sono piccoli atti che insegnano di nuovo la fiducia in sé. In sala prove l’errore non è una colpa definitiva, ma un passaggio necessario.
Il fallimento di oggi diventa la base del miglioramento di domani. In questo senso la danza offre una narrazione alternativa rispetto a quella di una società che spesso chiede prestazioni perfette: qui conta la continuità del lavoro, non l’assenza di cadute.
Anche nelle città contemporanee, dove la danza convive con smartphone e piattaforme digitali, esistono forme di resistenza danzata. Le crew che occupano temporaneamente uno spazio urbano per provare una coreografia, le associazioni che propongono laboratori gratuiti nei quartieri periferici, i gruppi che usano il movimento per sensibilizzare su temi sociali: tutti trasformano il gesto coreografico in un discorso pubblico. Il corpo che danza in una piazza, in una palestra scolastica, in una casa del quartiere dichiara che quello spazio appartiene alla comunità e può essere vissuto, non solo attraversato in fretta.
Guardata da questa prospettiva, la storia della danza potrebbe essere riletta come una lunga linea di resistenze, grandi e piccole. Ogni volta che una comunità ha continuato a ballare nonostante i divieti, ogni volta che una persona ha scelto di allenarsi anche quando tutto sembrava spingerla a rinunciare, la danza ha funzionato come atto politico, anche senza slogan. Il corpo che insiste a muoversi, a cercare equilibrio, a faticare insieme ad altri corpi, oppone alla logica della paura un’altra possibilità: quella di restare umani, vulnerabili ma tenaci, dentro il flusso della storia. ⬢
Marta Castelletta, classe 2000, è una danzatrice e coreografa che è riuscita a fare della danza il suo lavoro anche grazie alla partecipazione al Concorso Expression organizzato da Ida da più di 20 anni. Marta si è formata presso Arte e Danza Novara, dove ha sviluppato il suo linguaggio personale attraverso studio, ricerca e sperimentazione. Come danzatrice lavora principalmente nell’ambito contemporaneo, collaborando con coreografi come Giuliano e Veronica Peparini, Diego Tortelli, Riccardo Buscarini e Barbara Gatto esibendosi in teatri, musei, festival e grandi produzioni.
Ha preso parte a spettacoli di rilievo come Horai – Le Quattro Stagioni al Teatro Greco di Siracusa, Stanze/Rooms per Aterballetto, A Tutto Cuore con Claudio Baglioni e Life della Bagart Ballet Company (coreografie di Barbara Gatto) presso Orsolina 28. Dal 2026 sarà in tournée con il musical Notre-Dame de Paris.
Come coreografa a soli 15 anni riceve da Susanna Beltrami il riconoscimento di Talento Coreografico ed è stata premiata in diversi concorsi e ha partecipato a diversi festival nazionali e internazionali. Le sue creazioni Corpo Estraneo, Huria/Nymph, ORD e Siamo Caduta o Volo? sono state presentate in Italia, Germania e Polonia. Nel 2018 è stata assistente coreografa di Barbara Gatto presso la Staatliche Ballettschule di Berlino per due creazioni destinate al Premio di Varna. Tra i tanti impegni lavorativi, siamo riusciti a parlare con Marta perchè molto curiosi del suo percorso che da ragazza con un sogno nel cassetto l’ha portata a diventare una danzatrice e una coreografa professionista.
Marta cosa l’ha spinta a partecipare al Concorso Expression?
Ho partecipato a Expression sin da quando ero bambina, attraversando negli anni tutte le categorie: solista, coppia e gruppo. È un concorso che ho conosciuto grazie ad Arte e Danza Novara, la scuola che mi ha cresciuta artisticamente e che ha rappresentato per me un vero punto di riferimento. Sono sempre stata molto ambiziosa, con un forte desiderio di fare bene e di superare continuamente me stessa. Expression per me è stata una vetrina preziosa. Un luogo in cui mettermi alla prova e spingermi oltre i risultati raggiunti e un momento di grande crescita perché permetteva di confrontarsi con una giuria di eccellenza.
Quando ho smesso poi di partecipare come danzatrice, ho iniziato a coreografare per i giovani interpreti che stavano vivendo lo stesso percorso che avevo vissuto io.
Ci sono dei premi che ha vinto al Concorso Expression che hanno influenzato maggiormente la sua vita professionale?
Expression mi ha dato molto, contribuendo a farmi crescere; ma il 2016 è stato un anno particolarmente significativo: in quell’anno ho ottenuto risultati importanti in diverse categorie, interpretando coreografie di Barbara Gatto e Francesca Frassinelli. Un’esperienza speciale fu la possibilità di seguire il lavoro della compagnia Brumachon–Lamarche, premio assegnato direttamente dai coreografi. Avevo già biglietti e valigia pronta, ma pochi giorni prima della partenza il Covid arrivò in Italia e dovetti rinunciare. Anche il mio ultimo anno da danzatrice al Concorso fu molto intenso: portavo un assolo che danzo tutt’ora in gala ed eventi e, in quella edizione, condivisi il gradino più alto del podio con un collega.
Negli anni successivi, come coreografa, ho accompagnato giovani interpreti verso ottimi risultati e, nell’ultima edizione, ho ricevuto un riconoscimento dalla giuria di Expression per la mia coreografia Muziki Duniani, interpretata dagli allievi del centro di formazione Arte e Danza Novara. È stato come fermare nel tempo il mio percorso evolutivo: vedere riconosciuto il mio lavoro da professionisti di così alto valore mi ha profondamente emozionata.
Quando ha capito che anche la sua attività di coreografa fosse così importante?
Ho iniziato a creare molto presto. Avevo 15 anni quando ho realizzato la mia prima coreografia: un lavoro di gruppo interpretato dai miei compagni della scuola. Durante la mia formazione, è stata Barbara Gatto la prima persona a vedere in me un talento creativo. In seguito iniziai a collaborare con diverse scuole e con la Bagart Ballet Company. Confermo che la coreografia oggi è una parte centrale della mia identità.
Come ci può descrivere la sua ricerca coreografica?
Il mio linguaggio coreografico indaga l’esperienza umana, l’identità e le metamorfosi emotive e fisiche, in un dialogo istintivo con il mondo animale. Lavoro partendo dalle qualità uniche dei danzatori, privilegiando l’improvvisazione per creare opere di forte impatto emotivo, capaci di condurre il pubblico a un momento di introspezione autentica. Il mio linguaggio coreografico nasce da un ascolto profondo dell’esperienza umana e una parte essenziale della mia ricerca si nutre dell’osservazione del quotidiano. Attraverso la danza esploro l’identità, la psiche, le emozioni, i vissuti individuali e collettivi: mi interessa tutto ciò che pulsa all’interno, ciò che non si mostra in superficie. Spesso mi lascio suggestionare dalla metamorfosi tra l’umano e l’animale: uno spazio istintivo, fragile e potente, in cui la forma si dissolve e si trasforma. Gesti minimi, sguardi, frammenti di realtà e atmosfere diventano scintille che accendono l’immaginazione e si trasformano in materia coreografica.
Oggi il coreografo deve essere anche un buon comunicatore. Lei come promuove la sua attività di coreografa freelance?
Utilizzo i social, anche se non li amo particolarmente... preferisco che sia il mio lavoro a parlare. La mia prima vera promozione è arrivata attraverso i concorsi: Premio della Critica (IDA 2022), Miglior Coreografa (WDA 2022). Partecipazioni a festival come Solocoreografico (Audience Award), SzólóDuó Festival, Dominio Pubblico, MArteLive, e la Serata Coreografe del Foligno Danza Festival 2025 accanto a nomi internazionali della coreografia.
Si dedica anche all’insegnamento?
Si. Il mio avvicinamento all’insegnamento nasce dal desiderio di osservare la danza anche da un’altra prospettiva. Amo trasmettere libertà e autenticità, aiutando i danzatori a scoprire la propria identità artistica e li incoraggio a lavorare sulle fragilità e a valorizzare ciò che li rende unici, nel corpo e nell’anima.
Oggi a cosa sta lavorando?
Mi sto preparando alla tournée 2026 del musical Notre-Dame de Paris con le coreografie di Martino Müller, una sfida artistica e fisica che richiede grande dedizione. Parallelamente sto sviluppando un passo a due presentato al Foligno Danza Festival.
Come coreografa ho ricevuto diverse proposte, e mi rende molto felice vedere questo riconoscimento per il mio lavoro. Gli impegni come danzatrice sono importanti e sarà necessario trovare il giusto equilibrio, ma sono determinata a cogliere quante più opportunità possibili, concedendomi la possibilità di collaborare, crescere e scoprire nuove avventure artistiche.
Marta, sogni per il futuro?
Sogno di creare una produzione completa con scenografie e costumi che rappresentino la mia visione, da portare anche su palcoscenici internazionali. Ho già idee e bozze pronte, ma aspetto il momento giusto: credo che tutto accada a suo tempo. Voglio crescere come danzatrice e coreografa, lasciando che queste due anime si nutrano a vicenda. Non voglio correre: desidero costruire una carriera solida e autentica, perché il successo ottenuto rapidamente può svanire in fretta.
Buona fortuna Marta!
Ci sembra che la tua determinazione dia ampio spazio ai tuoi desideri e ai ragazzi che parteciperanno alle prossime edizioni del Concorso Expression consigliamo di seguire il tuo esempio di costanza, passione e dedizione. ⬢
6 giorni, più di 20 insegnanti, oltre 20 anni di esperienza… Tutto questo è Campus! Dance Summer Stage 2026. Ogni anno il Campus coinvolge oltre 50 scuole di danza e più di 300 allievi, a partire dai 6 anni di età e provenienti da tutta Italia, dediti allo studio di tutte le discipline della danza: dalla classica al modern, dal contemporaneo all’urban, dal musical alle discipline di supporto alla danza.
Dal 7 al 12 luglio Campus! Dance Summer Stage proporrà agli allievi un’importante esperienza di crescita intrecciando studio, divertimento e nuove occasioni. Tanti i professionisti coinvolti, fra i quali, Pierpaolo Ciacciulli, Kristina Grigorova e Massimiliano Scardacchi per la danza classica; Giuseppe Miraglia, Kledi Kadiu, Matteo Addino, coreografo e giuria del popolo di Ballando con le Stelle, e Simone Nolasco, direttamente dal programma Amici per la danza modern; Macia del Prete, Roberta Fontana ed Emanuela Tagliavia per la danza contemporanea; per il settore urban Arben Giga, Daniele Baldi e Carlos Diaz Gandia, celebrato creatore delle coreografie ormai diventate virali, di Gaia e Mahmood, e tanti altri.
SPECIALE MUSICAL
Gabrio Gentilini terrà lezioni mirate allo studio e alla messinscena di estratti dai musical “La febbre del sabato sera” e “Hairspray”. Speciale Notre Dame de Paris: i volti del tour mondiale, la ballerina Giulia Barbone e l’atleta Andrea Neyroz guideranno i ragazzi, dai più piccoli ai più grandi, in laboratori dedicati. Tutti i percorsi culmineranno sul palco del teatro Alighieri.
NOVITÀ
Mercoledì 8 luglio uno speciale dj set per un momento di convivialità che coinvolgerà allievi, famiglie e insegnanti in una serata all’insegna del divertimento.
Sabato 11 luglio alle ore 21 Campus! Dance Summer Stage proporrà lo spettacolo finale in cui verranno portate in scena le coreografie realizzate ad hoc nel corso delle varie masterclass in alternanza a grandi ospiti professionisti.
Grazie alla preziosa collaborazione con con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Ravenna, il grande spettacolo finale quest’anno sarà presentato nello storico Teatro Alighieri di Ravenna: l’evento sarà inserito nel programma di tutta l’attività svolta durante il Ravenna Festival, una delle più importanti rassegne annuali multidisciplinari di musica, danza, opera e teatro fondate nel 1990. Il Ravenna Festival è riconosciuto a livello internazionale per la sua programmazione unica e per l’uso dei più splendidi luoghi storici di Ravenna, come le sue basiliche bizantine, i chiostri, le piazze e i teatri, fra cui appunto l’Alighieri, il principale della città. ⬢
Resta aggiornato su tutte le novità, guarda la pagina di Campus! Dance Summer Stage
LA DANZA ALLEATA INDISPENSABILE PER LA GINNASTICA RITMICA
Appassionata alla didattica. Non trovo modo migliore per presentarmi in poche parole: l’insegnamento ha fatto da sempre parte della mia vita; era presente nei miei giochi di bambina, poi, da studentessa al liceo, all’università e anche come insegnante di pianoforte. Insegno danza da più di 25 anni e dal 2010 collaboro con IDA per la consulenza didattica presso scuole private in tutta Italia e alla formazione dei docenti di danza. Quando mi è stata proposta la collaborazione con la società “Edera Ritmica”, che promuove la ginnastica ritmica a Ravenna, l’ho accolta subito come una nuova sfida. E così è stato: il mio lavoro non è stato “solo” quello di sistemare un po’ la postura e lavorare sulla fluidità ed artisticità. Anzi, osservando le ginnaste nel loro allenamento quotidiano in pedana, mi sono resa conto quanti siano gli aspetti su cui intervenire attraverso la danza e, viceversa, quanto anche il mio modo di programmare la didattica della danza stia ottenendo nuovi spunti su cui lavorare partendo proprio dalla ginnastica ritmica, arricchendo così il mio bagaglio formativo come insegnante di danza.
Nello specifico, quale tipo di supporto può dare la danza classica alla ginnastica ritmica?
POSTURA
La danza con il suo costante lavoro posturale aiuta a costruire un migliore allineamento ed allungamento assiale della colonna grazie all’attivazione del “core”: pensiamo ad esempio all’attivazione del trasverso dell’addome che inizia con il primo esercizio di impostazione alla sbarra e si mantiene per tutta la lezione. La particolare posizione di tronco e braccia della danza permette una migliore attivazione del gran dorsale e gran dentato, muscoli fondamentali per mantenere apertura, stabilità e fluidità nei movimenti delle braccia. Il maggiore controllo del busto conferisce all’atleta una postura elegante e funzionale e, al tempo stesso, riduce il rischio di compensazioni alla lunga dannose per il corpo oltre a rendere i movimenti più armonici e puliti.
Gran parte dei benefici a livello posturale dipendono da un fattore poco visibile ma fondamentale: l’attivazione corretta dei muscoli profondi dell’addome e della muscolatura del dorso. Il trasverso dell’addome, insieme ai muscoli profondi del core, agiscono come un corsetto naturale stabilizzando la colonna e permettendo movimenti precisi e controllati. Il gran dorsale e il gran dentato creano invece continuità tra busto e braccia contribuendo non solo alla postura ma anche alla POTENZA dei movimenti. Questa combinazione muscolare, spesso trascurata anche nell’insegnamento della danza, porta con sé vantaggi fondamentali:
1. migliora l’equilibrio
2. rende più fluidi i port de bras e i gesti tecnici
3. migliora e “amplia” la qualità delle linee e delle estensioni
4. sostiene il corpo durante salti, giri e lanci
I lanci richiedono particolare precisione e controllo. La stabilità del core e del dorso permettono di eseguire lanci più alti, ampi, potenti e fluidi senza perdere l’asse del corpo. Un corpo più stabile facilita la gestione del tempo di volo dell’attrezzo e migliora la qualità delle ricezioni. Inoltre un corpo allenato alla fluidità del movimento danzerà in modo naturale anche durante la tecnica dell’attrezzo, ottenendo un maggiore punteggio nella valutazione artistica prevista nelle gare agonistiche.
COORDINAZIONE
La danza fornisce sostegno e amplifica le capacità coordinative e la precisione ritmica delle ginnaste. Allena la capacità di muovere diverse parti del corpo in modo armonico e controllato e questo permette:
1. una migliore sincronizzazione tra busto, braccia e gambe, indispensabile per eseguire elementi complessi
2. una precisa gestione dello spostamento del peso (fulcro dello studio della danza, sin dai primi battements tendus)
3. educa al ritmo, alla musicalità e alla fluidità del movimento
MUSICALITÀ
La difficoltà tecnica della ginnastica ritmica spesso induce a “dimenticare” o comunque a tralasciare l’aspetto artistico di questa disciplina. Spesso infatti il viso e le espressioni si irrigidiscono e tradiscono il timore del gesto tecnico. Anche in questo la danza, con la sua particolare attenzione al fraseggio e alla melodia, può costituire un valido supporto. A tal fine credo che gli insegnanti di danza dovrebbero effettuare una ricerca musicale molto accurata, le musiche dovrebbero avere un ritmo ben chiaro e semplice da sentire e trasferire nei movimenti. E’ importante utilizzare compilation adatte a principianti/intermedi, con accompagnamento non troppo complesso e “pieno” di note, ma con melodie intense e suonate con cura interpretativa, prodotte con un buon pianoforte dal suono “pieno” e cristallino. Si otterrà così un’ atleta più consapevole, capace di passare da un gesto all’altro, da un lancio all’altro (quelli che in linguaggio tecnico si chiamano “rischi”) con naturalezza e senza rigidità.
È evidente dunque come la danza classica non sia solo un complemento estetico alla ginnastica ritmica ma sia un vero e proprio motore tecnico che passa tra postura, coordinazione e musicalità, rinforzi il centro, migliori la postura, amplifichi la coordinazione e renda più precisi e armoniosi i movimenti con l’attrezzo.
Integrare la danza nella preparazione delle ginnaste significa fornire alle atlete strumenti essenziali per crescere in modo completo, elegante e sicuro.
Conoscere la tecnica e la didattica della ginnastica ritmica aiuta ad arricchire anche il Maestro di danza con nuove idee e competenze da trasferire in sala ai propri allievi. Come ad esempio, l’utilizzo di attrezzi sin dalla più tenera età, palla e cerchio, prima, poi, nastro, clavette e fune accelera in modo esponenziale lo sviluppo delle abilità coordinative e questo va tenuto presente da chi insegna danza ai bambini. Questi attrezzi non solo stimolano la creatività e la fantasia motoria ma attraverso la manipolazione degli attrezzi i giovani allievi affinano il senso del ritmo e la coordinazione oculo-motoria (occhio-mano in particolare), fornendoci quindi un grande aiuto nel lavoro sul “focus” così fondamentale nelle pose e in tutta la tecnica della danza. Incoraggia inoltre la consapevolezza del corpo nello spazio migliorando equilibrio e destrezza fine. Per arricchire l’insegnante di danza Ida ha ideato il nuovo corso di formazione La danza come preparazione dei ginnasti che si svolgerà il 4 e il 5 luglio Ravenna e in diretta live. ⬢
In foto Fatima Cappiello, ginnasta di Edera Ritmica Ravenna
Ho cominciato a ballare in compagnia all’età di 14 anni, ero circondata da ballerine appena diplomate dell’accademia di Montecarlo meravigliose e, soprattutto, in piena forma fisica. La loro prestazione incredibile mi aveva incoraggiato a continuare la carriera da ballerina, nonostante la mia insegnante mi creasse paranoie sul mio fisico: formosa (nei punti giusti) e piccola di statura. A 17 anni venni presa fissa in una compagnia monegasca di spettacoli di vario genere, ero sempre in prima fila negli show di musical o cabaret, ma mai coinvolta nelle parti più classiche a causa del mio fisico: la prestazione non era contemplata, senza parlare della meritocrazia.
Il mio fisico era un problema per i miei datori di lavoro, infatti non mancavano le “umiliazioni”!
Attenzione però: ero 1,60 m e pesavo 53 kg. Peso forma perfetto, Bmi normopeso, ma non per il corpo di ballo.
Iniziarono diete di tutti i tipi: dieta del “minestrone”, dieta ipocalorica, dieta detossificante, dieta del chi più ne ha più ne metta. Risultato? Una fame costante! Tuttavia la mia forza di volontà andava oltre alle emozioni e la mia testa ha optato per la sanità mentale e fisica: nonostante i miei datori di lavoro non apprezzassero la mia fisicità, io mi sono sempre nutrita in modo adeguato e ho sempre affrontato gli allenamenti e le prove fino alla fine, stanca ma in forza e senza nessun infortunio. Dall’altra parte vedevo amiche, colleghe che, dopo 8 ore (a volte anche 12 ore) di prove senza toccare cibo, per paura di non entrare in quegli strettissimi costumi, erano allo stremo delle forze. Svenimenti, infortuni, febbre, amenorrea e dimagrimenti non sani che avevano come unica conseguenza il ritiro e, nei casi più gravi, anche il ricovero.
La dieta è fondamentale per avere un corpo in forza e tonico. Il giusto apporto di carboidrati e proteine ma anche di sali minerali e acqua sono ingredienti fondamentali per prestazioni lavorative ottimali. I tre pasti principali non vanno saltati ma consumati in orari giusti, senza mangiare a ridosso delle prove. Occorre sempre aspettare un paio di ore prima di mettersi alla sbarra, il sistema parasimpatico ha bisogno infatti di lavorare serenamente sulla digestione e assorbimento del cibo, senza interferenze. Occorre inoltre bere tantissima acqua e riposare 8/9 ore al giorno.
Integrare con sali minerali quali potassio e magnesio è importante, come lo è anche il consumo di antiossidanti per prevenire l’ossidazione dei tessuti muscolari e la liberazione di radicali liberi nel corpo e, di conseguenza, l’invecchiamento cellulare precoce (frutta secca e spremute di arance rosse sono un antidoto preziosissimo ad esempio).
Occorre fare attenzione in particolare ai primi segnali di malnutrizione degli allievi. Il dimagrimento è solo un aspetto, il più visibile, ma ci sono altri segnali:
• affaticamento
• amenorrea
• iperattività
• pallore
• nervosismo
• isolamento
• vestirsi eccessivamente o per sudare o per coprirsi
• dita tagliate o ferite sulle nocche
È importante segnalare immediatamente questi aspetti ai genitori e soprattutto accompagnare i ragazzi in un percorso lungo e intenso con amore e forza per poterli aiutare ad affrontare momenti di sconforto e di paura.
Riflettiamo su questo e stiamo attenti alle persone che incontriamo lungo il nostro cammino, perché il valore più grande da tutelare è e sarà sempre la vita! Questo mondo è immensamente meraviglioso, ma il viaggio va percorso con le persone giuste. Siamo una guida, anche se spesso non ce ne rendiamo conto.
Ecco perché gli allievi non sono da considerare numeri o banconote, sono lo specchio di ciò che noi abbiamo nel cuore! ⬢
Il K-pop è un fenomeno musicale e performativo esploso a livello globale, in cui la danza è l’elemento cardine che lo distingue e che ha rivoluzionato l’industria pop coreana. Le sue origini nascono dall’incontro tra danze tradizionali coreane, ricche di movimenti fluidi e collettivi e ritmi occidentali provenienti da musiche popolari e di strada. Le performance “inizialmente semplici” si sono trasformate in routine dinamiche, con passi che mescolano grazia folk ed energia esplosiva di hip-hop e breakdance, facendo del palco un vero teatro vivo. Tutto ciò ha reso la danza la protagonista assoluta del genere e ha esportato il K-pop come onda culturale globale con la coreografia come chiave per catturare il pubblico attraverso potenza visiva e precisione emotiva. In cinese si parla di Hallyu, che indica la “Korean Wave”, cioè l’onda della cultura pop coreana nel mondo.
Il genere si è evoluto negli anni ’90, in seguito al crollo della dittatura e all’apertura verso l’estero: il maggior contatto con altre culture (in primo piano quella occidentale) e altri stili ha permesso al K-pop di intraprendere un nuovo percorso. L’inizio ufficiale viene spesso fatto risalire al primo singolo del trio “Seo Taiji and Boys”, che nel 1992 introdussero coreografie dinamiche e sincronizzate, rivoluzionando le performance da statiche ad altamente teatrali. Questo approccio ha posto le basi per il kalgunmu, ovvero routine estremamente precise che enfatizzano sincronia e complessità, influenzate da jazz, danza contemporanea e contaminazioni globali che hanno reso la danza il cuore visivo del K-pop. Oggi le coreografie sono create da team di professionisti e supportate da training intensi per idol adolescenti che durano anni, trasformando la danza in un vero strumento di storytelling.
La danza K-pop si è sviluppata attraverso fasi distinte, passando da basi più grezze e urbane a forme sempre più raffinate e narrative. Elementi come popping, locking e formazioni geometriche si intrecciano con tecniche contemporanee, dando vita a routine che raccontano storie attraverso il corpo, con isolamenti precisi e wave fluide. Oggi le coreografie privilegiano mosse virali e scalabili, pensate per le piattaforme digitali, dove un’apparente semplicità iniziale si apre a vari strati di complessità, rendendo la danza accessibile ma al tempo stesso profondamente artistica. Team di coreografi internazionali collaborano per infondere varietà stilistica, curando non solo la tecnica ma anche l’espressività e trasformando ogni performance in un evento immersivo. Il K-pop ha rivoluzionato l’industria pop coreana, partendo da gruppi maschili e arrivando poi a una crescente presenza di artiste femminili, con un forte impatto sugli adolescenti e sulle comunità. Grazie alla forza di coreografie accattivanti, il movimento ha dato vita a flash mob globali e ha alimentato la creazione di cover dance e challenge sui social network. Questa partecipazione attiva rafforza identità collettive: concerti ed eventi diventano occasioni per stringere amicizie e costruire supporto emotivo, rendendo il K-pop un catalizzatore di comunità danzanti. Gli artisti creano legami profondi con i fan, che non solo apprezzano musica e ritmo, ma cercano di riprodurre fedelmente le coreografie, imparando passi e condividendoli con amici e reti di fan in tutto il mondo, spesso attraverso vere e proprie “sfide” internazionali. In questo modo si creano legami transculturali, in cui corpi di origini diverse si sincronizzano nello stesso ritmo, favorendo scambi, riconoscimento e solidarietà.
Per gli adolescenti, le coreografie K-pop fungono da veicolo di sviluppo integrale, perché instillano disciplina attraverso routine che richiedono ore di pratica quotidiana. Questo training canalizza le energie giovanili nel lavoro di squadra e nella resilienza, aiutando a superare stress e insicurezze grazie a movimenti che celebrano il corpo in tutte le sue forme. Imitando passi complessi tramite tutorial online i giovani migliorano coordinazione, fitness e autostima, trovando nei testi e nelle danze messaggi di accettazione e forza interiore. A livello globale, il K-pop sta diventando così un modello di perseveranza, trasformando l’ammirazione passiva in pratica attiva che forgia identità creative e inclusive. Il K-pop sta costruendo inoltre comunità vibrantissime attorno alla danza condivisa, con fan che si uniscono in flash mob, challenge digitali ed eventi collettivi per replicare e reinterpretare le coreografie. Le piattaforme social amplificano questo fenomeno, trasformando individui isolati in reti globali che sostengono cause comuni, riducono la solitudine e promuovono empatia attraverso il linguaggio universale del movimento. Di fatto, la danza K-pop democratizza l’arte coreutica spostandola da pratica elitaria a collante sociale per generazioni sempre più connesse.
La forza di questo genere è proprio la capacità di unire e creare comunità e questa potrebbe essere una strategia interessante per avvicinare alla danza attraverso il K-pop. Le scuole possono partire dalla semplicità e dalla riconoscibilità. È utile pensare a piccoli percorsi brevi, costruiti su una sola canzone o su una coreografia iconica, in cui l’obiettivo non sia la perfezione immediata ma il piacere di “riconoscersi” nei passi visti nei video. In questo modo chi entra in sala perché ama un gruppo o un idol sente subito che il proprio immaginario è preso sul serio e trasformato in esperienza concreta.
Un altro passaggio importante è usare il K-pop come porta d’accesso ad altri linguaggi. Durante la lezione si possono spiegare, con naturalezza, i legami tra i passi che si stanno imparando e le basi di hip hop, modern o contemporaneo, facendo capire che dietro a ogni movimento c’è una tecnica che può essere approfondita in altri corsi. Così il fascino del videoclip diventa occasione per scoprire la danza in senso più ampio, senza forzature. La chiave è partire da ciò che è più riconoscibile, i famosi “killing part”: il ritornello, il gesto che tutti imitano nei challenge, la posa finale che viene spontaneo fotografare. A lezione questi frammenti possono essere scomposti, rallentati, adattati ai diversi livelli, così che chi è alle prime armi non si senta escluso e chi ha più esperienza possa curare dettaglio, musicalità e presenza scenica.
Infine, è prezioso per mantenere un clima di forte accoglienza e autostima. Il K-pop parla spesso, infatti, di resilienza, forza interiore e appartenenza al gruppo: le scuole possono riprendere questi temi per sottolineare che ogni corpo, ogni livello e ogni storia personale hanno spazio in sala. Piccoli momenti di condivisione prima o dopo la lezione, la possibilità di registrare insieme un breve video ricordo, o di presentare la coreografia in una festa della scuola, trasformano l’allenamento in esperienza di comunità, dove la danza non è solo esecuzione, ma anche relazione e crescita. ⬢
ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
RICEVI GLI AGGIORNAMENTI E
EXPRESSION DANCE MAGAZINE

Segreteria didattica:
CENTRO STUDI LA TORRE Srl
Organismo di formazione accreditato ai sensi della delibera di cui alla D.G.R. N. 461 / 2014.
Ente accreditato alla formazione Azienda Certificata ISO 9001-2015
Scarica gratis contenuti sempre nuovi sul mondo della danza